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IL FASCINO DEL PERSONAGGIO MALVAGGIO:

da 26 Mar 2026In primo piano0 commenti

Perché attrae il “cattivo”? 

Nel mondo del teatro, della letteratura e del cinema, c’è un personaggio che continua a catturare la nostra attenzione più di ogni altro: il cattivo. Il cattivo mente, manipola e distrugge, eppure spesso è proprio lui che non riusciamo a dimenticare. A volte il cattivo è crudele, altre volte è tragico, e altre ancora è profondamente umano. Il cattivo non è solo un ostacolo per l’eroe, ma una presenza che mette in crisi le nostre certezze.

Se nelle storie tradizionali il male era qualcosa di chiaro e netto, oggi i personaggi malvagi sono molto più complessi. Non li osserviamo più solo per giudicarli, ma anche per capirli. Ed è proprio questa evoluzione psicologica che rende il “cattivo” una delle figure più affascinanti della narrazione.

Nelle tragedie classiche, il male non è mai semplice. Personaggi come Medea, protagonista dell’opera di Euripide, non sono malvagi nel senso superficiale del termine. Medea compie un gesto terribile, ma dietro la sua azione si nasconde una ferita profonda: il tradimento, l’umiliazione, la perdita di tutto ciò che aveva costruito.

Il pubblico non assiste solo a un crimine, ma a un processo emotivo. La vendetta nasce dal dolore e si trasforma lentamente in distruzione. In questo tipo di tragedia, il male non è un punto di partenza, ma un percorso.

Anche nel teatro di William Shakespeare troviamo personaggi che incarnano questa ambiguità morale. Lady Macbeth non è una figura semplicemente malvagia. Lady Macbeth è ambiziosa, determinata, ma anche fragile. Lady Macbeth spinge il marito verso il potere, ma alla fine è lei stessa a essere consumata dal senso di colpa.

Questi personaggi non rappresentano solo il male, ma il conflitto umano. Sono il luogo in cui desiderio, paura e ambizione si incontrano.

Col passare del tempo, però, qualcosa cambia. Se nei testi antichi il pubblico osservava il male con una certa distanza, nella narrazione moderna si tende sempre di più ad avvicinarsi alla mente del ‘villain’, il cattivo, colui  che si oppone al protagonista (l’eroe) e crea il conflitto nella narrazione. È fondamentale perché senza di lui la storia perderebbe tensione e sviluppo.

Un esempio evidente è Joker, uno dei personaggi più complessi dell’universo di DC Comics. Nelle versioni contemporanee, Joker non è più soltanto il nemico dell’eroe, ma diventa il centro della storia. Il pubblico entra nei pensieri di Joker, vede la sua solitudine, il suo disagio, il suo rapporto conflittuale con la società.

Non significa giustificare le azioni di Joker, ma provare a capire cosa c’è dietro. La domanda non è più solo “cosa fa Joker?”, ma “perché lo fa Joker?”.

Ed è qui che nasce una delle domande più interessanti della narrativa: il cattivo nasce tale o lo diventa?

Molte storie moderne suggeriscono che il male non sia una qualità innata, ma una trasformazione. Circostanze, traumi, ingiustizie o semplicemente scelte sbagliate possono spingere un individuo oltre un limite. Il villain diventa allora una specie di specchio deformato dell’essere umano: qualcuno che ha preso una strada diversa, ma non completamente estranea alla nostra natura.

Un’altra ragione per cui il cattivo ci affascina è la sua libertà. I personaggi “buoni” spesso sono guidati da regole morali molto rigide. Devono comportarsi nel modo giusto, prendere decisioni corrette, essere coerenti con i propri valori.

Il villain, invece, rompe le regole. Il villain dice ciò che gli altri non osano dire, compie azioni proibite, sfida le strutture della società. Questo non lo rende giusto, ma lo rende imprevedibile. E in narrativa, l’imprevedibilità è sempre potente.

Spesso il cattivo è anche il personaggio più lucido. Il cattivo vede le contraddizioni del mondo, smaschera ipocrisie, mette in discussione l’ordine delle cose. Per questo, alcune sue frasi restano più impresse di quelle degli eroi.

C’è poi un altro aspetto, più profondo: il male è narrativamente più dinamico del bene.

Il bene tende alla stabilità, all’equilibrio, alla costruzione. Il male, invece, genera conflitto, tensione, movimento. Senza il cattivo, molte storie semplicemente non esisterebbero.

Il villain è il motore della storia. Il villain mette in crisi il protagonista, lo costringe a cambiare, a crescere, a scegliere. In un certo senso, il villain è il cuore della storia.

Questo vale sia per la tragedia sia per le fiabe. Anche nei racconti per bambini troviamo streghe, lupi, regine crudeli. Sono figure oscure, ma fondamentali: rappresentano le paure, le prove, i pericoli che il protagonista deve affrontare per maturare.

Forse, in fondo, il vero motivo per cui il cattivo ci interessa così tanto è che ci mette davanti a una domanda scomoda: quanto è sottile il confine tra bene e male?

I grandi personaggi negativi non sono mostri lontani da noi. I grandi personaggi negativi sono esseri umani portati all’estremo. Le loro scelte sono sbagliate, ma le emozioni da cui nascono, rabbia, gelosia, frustrazione, desiderio di riconoscimento, sono profondamente umane.

Per questo, oggi non ci limitiamo più a condannarli. Cerchiamo di comprenderli.

E forse è proprio lì che si nasconde il loro fascino più inquietante: nel fatto che, guardandoli troppo a lungo, rischiamo di riconoscere qualcosa anche di noi stessi.

                                                 Sanja Mandolini

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