Per secoli e secoli la bellezza femminile è stata il punto di partenza per l’ispirazione di artisti e poeti, influenzando il mondo del cinema e della moda e diventando sempre più una componente apparentemente indispensabile. Purtroppo però, l’esistenza di un insieme di tratti somatici che ci fanno attribuire l’aggettivo tanto desiderato da ogni donna comporta spesso conseguenze per il genere femminile e il rapporto con l’altro sesso.
Non soltanto le donne si trovano a dover rispettare i canoni imposti dalla società in quel momento ma anche a provare un costante senso di inadeguatezza rispetto ad un ideale irraggiungibile che spesso sembra definire il loro valore personale.
A fronte di questi due aspetti della bellezza, si può davvero sostenere che sia soltanto una continua insoddisfazione oppure è possibile rendere questo attributo femminile una potenziale risorsa?
Analizzando innanzitutto gli aspetti che rendono la bellezza femminile un fardello, è naturale osservare come la ricerca di una perfezione fisica implichi, come scrive Georges Sand nella sua autobiografia “Storia della mia vita”, una condanna a una “un’eterna goffaggine, un’eterna debolezza”. Questa corsa senza fine comporta rinunce e sacrifici, tanto nei nostri giorni quanto nel passato, quando erano specialmente le famiglie a imporre alle giovani donne rigidi criteri di bellezza.
È il caso della scrittrice, che descrive questa condizione come una vita passata sotto una campana di vetro, durante la quale era severamente vietato correre al sole o indossare comodi zoccoli; al contrario, fin da piccola, la donna è stata costretta a indossare scomodi guanti e larghi cappelli, tutto per preservare la sua apparenza.
Questa abitudine, per quanto nel tempo sia cambiata, suona oggi spaventosamente familiare perché, anche se non si tratta più di guanti e cappelli, le donne continuano a vivere nel costante disagio di dover trattenere il fiato per adattarsi a ciò che è troppo stretto o alzarsi in punta di piedi per raggiungere un ideale inarrivabile, tentando di non essere mai troppo o troppo poco.
La bellezza può, inoltre, diventare una vera e propria maledizione quando è soggetta a sguardi indesiderati, diventando così un passivo oggetto di contemplazione che può degenerare in ossessione.
L’esempio ideale per supportare questa affermazione è il romanzo “Il piacere”, in cui Elena Muti, la donna amata dal nobile romano Andrea Sperelli, ispira un desiderio incontrollabile nel protagonista che non può trattenersi dal descrivere nel dettaglio l’aspetto della ragazza, talmente perfetta che ricorda una medaglia siracusana.
Questo sentimento amoroso apparentemente innocente, se non puro e veritiero, si trasforma rapidamente in una mania che lo conduce a immaginare la donna con chiunque tranne se stesso: “Altri ora la possiede. (…) Altre mani la toccano. Altre labbra la baciano. E, mentre egli non giungeva a formar nella fantasia l’imagine dell’unione di sé con lei, vedeva nuovamente invece, con implacabile precisione, l’altra imagine.”
Tuttavia, è possibile affermare che la bellezza femminile può essere anche una forza, un’arma con il potere di fare dimenticare tutte le sofferenze e la potenza di rendere ciechi anche davanti ai gesti più crudeli e egoisti.
Charles Baudelaire, nel suo poema “Inno alla bellezza”, è vittima della personificazione della bellezza femminile che viene descritta sia come una divinità che come un mostro avvezzo al “camminare su dei morti”, per poi ridere di loro. L’autore si paragona ad una falena che vola verso una candela gridando “benediciamo questa fiamma”. Allo stesso modo, lo splendore della signora di Renald, protagonista del racconto “Il Rosso e il Nero” redatto dall’autore Stendhal, sorprende il giovane precettore facendogli dimenticare tutto ció che aveva intenzione di svolgere.
Questo apparente fardello può però trasformarsi in una benedizione se viene accompagnato da una presa di coscienza, vale a dire dall’accettazione che nessuno potrà mai raggiungere quell’ideale irrealistico che tende sempre a tramutarsi in un cambiamento perpetuo.
La bellezza, una volta che si allontana dagli sguardi indesiderati, diventa naturale, libera e personale. La donna, di conseguenza, può abbandonare il costante sforzo di tormentarsi per rispettare delle norme oppressanti. Questo desiderio, che può essere considerato utopico, è stato raggiunto dalle Tre Grazie, protagoniste del quadro di Rubens, che, indisturbate, mostrano senza vergogna tutte le loro imperfezioni lasciando cadere i veli che dovrebbero coprire i loro corpi.
La stessa spontaneità è stata raggiunta dalla giovane donna del racconto di Stendhal, che: “lontana dagli sguardi degli uomini” rivela una vivacità e una grazia che non risultano forzate ma naturali.
Infine, dopo aver trattato i motivi per i quali la bellezza femminile sarebbe soltanto un fardello e le possibilità che invece avrebbero le donne di renderla un punto di forza, risulta spontaneo chiedersi: riusciranno le donne a vincere il giudizio sociale e a sentirsi libere di essere come sono proprio come fanno le protagoniste del quadro di Rubens?
Chiara Casadei, Chiara Pierbattista e Cecilia Barbieri








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