Le gallerie dell’Accademia
La prima imperdibile tappa per un viaggio a Venezia dovrebbero senza dubbio essere le Gallerie dell’Accademia.
Situate sulla riva sud del Canal Grande, nel sestiere Dorsoduro, le Gallerie sono una delle attrazioni più popolari della città, e per un’ottima ragione che appare evidente a tutti coloro che vi mettono piede. Nacquero nel 1750, quando la Repubblica di Venezia si rese conto dell’importanza di fondare un’Accademia di pittori e di scultori per la città, proprio come già accadeva in tutte le altre città italiane ed europee.
Il fine dell’Accademia era sempre stato custodire ed esporre le opere d’arte, sia per restaurarle che per finalità didattiche. La sede originale della raccolta era il Fonteghetto della Farina, vicino Piazza San Marco, che fino ad allora era stato un deposito di cereali macinati. Tuttavia, quando all’inizio del XIX secolo Venezia divenne una delle province del regno italico creato da Napoleone, le soppressioni portarono a cambiare la sede dell’Accademia.
Si optò per il convento dei canonici lateranensi, costituito dalla scuola e dalla Chiesa di Santa Maria della Carità. Questa disposizione, in più edifici diversi, venne criticata da alcuni accademici per via dei costi che richiese il trasferimento, ma la decisione del governo rimase invariata.
Il convento venne modificato e nuove ali costruite; fu solamente nel 1870 che iniziò la divisione tra la scuola d’arte e il museo, terminata solo nel 1882.
Tra tutte le opere che ospitano le 37 sale delle Gallerie dell’Accademia ce ne sono svariate che colgono l’attenzione dello spettatore, per colori e dimensioni.
Si potrebbe pensare, ad esempio, al noto “Convito in casa di Levi”, che occupa un’intera parete nella decima sala. L’opera è celebre per essere stata al centro di uno scandalo, una vera e propria censura artistica: Paolo Veronese, artefice del telero, venne accusato di eresia per aver rappresentato l’ultima cena in modo blasfemo, con elementi come un servo sanguinante o un buffone con il naso da pappagallo. L’opera venne così rinominata e passò da quella che doveva essere una Ultima Cena al titolo attuale, che richiama una scena di banchetto.
Particolarmente interessante, seppur più sottovalutata rispetto al noto ritratto precedente, è anche l’”Allegoria della Fortuna”, un capolavoro di Antonio Balestra. La personificazione della fortuna è una figura alata che distribuisce onori e scettri, ma anche catene e giogo, mentre viene osservata da una coppia di angeli. L’opera del settecento richiama il carattere antitetico della sorte, i suoi capricci e la sua benevolenza.
I Giardini Reali
I Giardini Reali di Venezia rappresentano uno degli angoli più eleganti e suggestivi della città lagunare, un’oasi verde affacciata sul Bacino di San Marco e a pochi passi da Piazza San Marco.
Nati agli inizi dell’Ottocento durante il periodo napoleonico, questi giardini furono progettati per offrire uno spazio aperto ma di rappresentanza alla corte imperiale. La loro posizione strategica e la cura nella progettazione li rendono un esempio raffinato di giardino storico urbano, dove natura e architettura convivono.
Nel corso del tempo, i Giardini Reali hanno attraversato diverse fasi di trasformazione e restauro, rispecchiando i cambiamenti politici e culturali della città. Dopo anni di progressivo degrado, sono stati oggetto di un importante intervento di riqualificazione concluso nel XXI secolo, che ha restituito al pubblico uno spazio completamente rinnovato ma fedele all’impianto originario.
Oggi il giardino si distingue per i suoi viali ordinati, le aiuole fiorite, le pergole ombreggiate e una ricca varietà di piante che contribuisce a creare un ambiente elegante e accogliente.
Oltre al valore storico e paesaggistico, i Giardini Reali rappresentano anche un importante punto di incontro per cittadini e visitatori.
Qui è possibile concedersi una pausa dal ritmo intenso delle giornate del proprio soggiorno, godendo della vista sull’acqua e dell’atmosfera tranquilla. Questo spazio, recuperato e valorizzato, contribuisce al benessere dei cittadini e incuriosisce i visitatori rendendo Venezia ancora più affascinante ma al tempo stesso più vivibile.
I negozi di maschere
Camminare per le calli di Venezia significa imbattersi in sguardi immobili e misteriosi che spuntano dalle vetrine: sono le maschere. La storia dei negozi di maschere non è solo una cronaca di artigianato, ma il racconto di un’identità cittadina che ha fatto dell’anonimato un’arte.
Tutto ha inizio nelle botteghe dei “mascareri”. Già nel 1436, questi maestri ottennero il riconoscimento della loro arte, separandosi dai pittori per formare una corporazione. Per secoli, la maschera non fu un semplice gioco carnevalesco, ma un abito quotidiano. Indossare una Bauta o una Moretta significava annullare le differenze: il nobile poteva mescolarsi al popolo, la borghesia poteva mescolarsi alla nobiltà, e i segreti del gioco restavano protetti sotto uno strato di gesso e carta.
Con la fine della Repubblica di Venezia alla fine del Settecento, le luci di queste botteghe si spensero quasi del tutto: il divieto napoleonico di indossare travestimenti portò l’arte dei mascareri sull’orlo dell’estinzione.
Fu solo negli anni ’70 del Novecento che un gruppo di giovani artigiani decise di riaprire i vecchi laboratori, riscoprendo le tecniche tradizionali della cartapesta e riportando in vita i calchi in gesso che avevano preso polvere per secoli.
Oggi il valore di questi spazi non risiede più nell’esigenza sociale di nascondersi, ma nel mantenimento di un saper fare che rischiava di scomparire con l’ultimo doge. Scegliere una maschera artigianale oggi non è un semplice acquisto turistico, ma l’atto di sostenere un’economia locale che trasforma la materia povera in un oggetto che, pur essendo immobile, continua a raccontare la complessità tecnica e culturale di una Venezia che non vuole diventare un museo.
Di Cecilia Barbieri, Chiara Casadei, Chiara Pierbattista e Rafael Mazzocchi.








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