ARMONIE VIOLATE

Perché la musica è l’arte più violentata del XXI secolo

Tra i piaceri della vita, solo all’amore la musica è seconda. Ma l’amore stesso è musica.”   

Aleksandr Puškin 

La musica, tra tutte le arti, è probabilmente quella che gode di maggior fruizione e diffusione, persino tra i non appassionati. È uno dei pochi argomenti di cui potete parlare con chiunque, in qualsiasi contesto: essa s’introduce, prima o poi, in ogni conversazione, assumendone il monopolio, e spingendo i presenti a esprimere a parole, senza successo, tutta la passionalità e il mistero della propria esperienza.

Tutti ascoltano musica. Diffidate di chi dice di non farlo. Hanno rigorosamente organizzato la propria morale in schemi, la giornata in fasce, gli eventi in successione. La musica dona quello spazio di confessione, di nostalgia, di follia, di salvezza, di armonia, di crescita di cui tutti hanno bisogno per spezzare il fagocitante ritmo della vita. 

Perché la musica è tutto questo.

È confessione, autoanalisi, abbandono. Un’ascoltatrice silenziosa, disinteressata, imparziale persino di fronte ai comportamenti più deplorevoli, ai pensieri più sporchi, alle critiche più dolorose. Una bolla che protegge dai pericoli, allontana i problemi, respinge strenuamente quel demone invisibile che è l’incomprensione. Ascolto suggerito:  Daniele Silvestri ft. Rancore & M. Agnelli – “Argentovivo”

È nostalgia, istantanea, prosciugante. Basta una singola nota per risvegliare il passato, accuratamente tenuto a bada, e far emergere caoticamente immagini, suoni, profumi, sensazioni. Il flusso invade la mente, suggestiona il corpo, dischiude ogni porta.               Ascolto suggerito: Dargen D’Amico  – “Nostalgia istantanea” 

È follia, improvvisa eccentricità, inaspettate sbavature, anche nella mente più pacata. Canti stonati, lingue reinventate, balbettii, sorrisi, risate. Quando parte la nostra canzone preferita, del resto, smettiamo di rispondere di noi stessi e creiamo uno spazio personale, lontano da ogni rigore.                                                                                                                               Ascolto suggerito: Pino Daniele – “Musica Musica” 

È salvezza, redenzione, trionfo. Legare indissolubilmente il nome a qualcosa, raccogliere i propri frammenti mortuari e dar vita a qualcosa di nuovo. Ascolto suggerito: Fritz Da Cat ft. Kaos One – “Cose Preziose”   

È amore che nasce, che pervade, che solletica. Amore per un essere, per un ricordo, per una nota, per se stessi, che si espande per raggiungere ogni cosa del mondo. Amore che vive, che cresce, che spira, amore che viene, amore che va.                                                       Ascolto suggerito: Fabrizio De André – “La Canzone Dell’Amore Perduto”

È crescita, elevazione psico-fisica, illuminazione, assenza di coscienza. Comprendere i  propri fallimenti, guardarli in faccia, gettarli lontani da sé e poi riprenderli, stringerli, sporcarsi, strozzarli sino a vederli dissolversi. È armonia. Ma anche, e soprattutto, disarmonia. Ascolto suggerito: Franco Battiato – “No Time No Space”  

La musica è diversità. Come ogni arte, è chiaramente giudicabile secondo parametri tecnici: ritmo, durata, tono, note, accenti, pause, ottave, arpeggi. Proprio la sua apparente semplicità nasconde un tessuto di complessi rapporti, legami, strutture, che si perdono tra le note del pentagramma. Sette note, infinite combinazioni, infinite sensazioni. La musica è l’arte più soggettiva. Ogni nota è diversa non solo dall’altra, ma persino da se stessa, se ascoltata da orecchie differenti. Le armonie, gli accordi altro non sono che molteplici esperienze, visioni, emozioni, tutte uniche e particolari. Ogni canzone è mille vissuti.

L’arte musicale, in tutte le sue variegate sfumature, nella sua complessa struttura interna, riveste un ruolo cruciale in ogni aspetto della vita soprattutto del XXI secolo: nella comunicazione, nell’apprendimento, nella pubblicità, negli spettacoli audiovisivi di ogni tipo, persino negli esperimenti e nelle ricerche socio-psicologiche.

La musica trascende il concetto di arte come esperienza univoca e trascendente, assumendo piuttosto il ruolo di “sottofondo” di ogni attività umana. Non stupisce, quindi, la sua capillare diffusione, la sua varietà di genere, nonché la sua incredibile rapidità di adattamento alle vicende storico-culturali, agli umori generali, alle tendenze. Nella musica,  più che nel cinema, nel teatro o nelle arti figurative, sono assorbiti i costumi, le abitudini, lo stile di vita di un’intera epoca, e trasmessi alle generazioni successive. 

Torniamo ora alla domanda principale dell’articolo: “Perché la musica è l’arte più violentata?”

Per  “stupri musicali” si intendono tutte quelle opportunità in cui la musica, privata dello scopo artistico in essa intrinseco, viene letteralmente “violentata” e trasformata in qualcosa di profondamente differente: un mero prodotto d’intrattenimento, uno strumento di propaganda, un manifesto di ideali illusori. Del resto la sua immediata fruizione, il suo ruolo sempre più marginale e l’evidente squilibrio nel rapporto creatore-pubblico la rendono sempre più suscettibile e indifesa di fronte a un tale processo.

Tutti i prodotti musicali che tradiscono il concetto di “arte” (“In senso lato, ogni capacità di agire o di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche”, Treccani) nascono per rimanere fini a se stessi, privi di quella filosofia (intesa come scopo) che lega così fortemente l’esperienza artistica con quella quotidiana. Con ciò non si intende assumere un atteggiamento di purismo nei confronti della musica del passato, né tantomeno discriminatorio verso le nuove avanguardie, quanto piuttosto porre l’accento sull’importanza del processo tecnico-creativo alla base di un prodotto. E, soprattutto, sull’importanza della varietà musicale, dell’innovazione, della rappresentazione della realtà in tutte le sue (ir)reali forme. 

 “L’artista dà una testimonianza sulla verità, sulla sua verità del mondo. L’artista deve essere certo che egli e la sua creazione rispondono alla verità”

Andrej Tarkovskij

Specialmente in un secolo come il nostro, dove Internet ha mostrato al mondo l’arroganza e l’ignoranza dei suoi abitanti, dove ci siamo accorti di quanto fossero sbagliati persino i presupposti delle nostre verità, la musica non può, nella sua natura fragile e malleabile, che mostrare la caduta di una società sempre più inconsapevole e approssimativa. Una società in cui le tendenze, le abitudini, le passioni sono gestite da un nemico invisibile che si impossessa della vita privata di ognuno. Uno spettro che incatena la libertà alla base del processo artistico.

“Un fantasma se ne va in giro per l’Europa” scrivevano Karl Marx e Friedrich Engels in uno degli scritti cardine del pensiero moderno, il Manifesto del partito comunista. Il fantasma di questo nuovo secolo, il nemico invisibile a cui tutti devono piegarsi, che gironzola per tutto il mondo con la sicurezza di chi sa di averlo in mano: il mercato. E tutto ciò che ne consegue, ovvero una crescente svalutazione del lavoro artistico (spesso da parte dei creatori stessi) e, di conseguenza, una conoscenza sempre più superficiale. Tutto ciò conduce a una caduta lenta ma percepibile, che nessuno tenta di rallentare.

Siamo noi a precipitare, certo, ma toccherà a quelli dopo di noi scontare le terribili lesioni dell’atterraggio. Fino a qui tutto bene.

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