ijf19 – Il caso di Jamal Khashoggi

“Il caso Jamal Khashoggi, Il giornalista del Washington Post ucciso nel consolato saudita a Istanbul”

Questo era il titolo del panel che si è tenuto sabato 6 aprile in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, moderato da Francesca Caferri (La Repubblica) e tre ospiti, nonché amici di Jamal Khashoggi, a illustrare il caso e la situazione politica e culturale saudita.

Uno sguardo all’Arabia Saudita

L’incontro si è aperto con una panoramica sulla situazione politica e culturale in Arabia Saudita a cura di Margherita Stancati (Corrispondente in Medio Oriente per il Wall Street Journal).

«We can not say, it’s black and white» Non possiamo dire che la situazione in Arabia Saudita sia in bianco e nero, la realtà è grigia, è piena di sfumature e quindi per un giornalista è davvero complicato descrivere un paese di questo tipo. Specialmente quando chi è al governo esercita un’oppressione politica talmente forte che sai che se vieni percepito come dissidente potresti essere ucciso. Questo da quando, nel 2017, Mohammed bin Salman, grazie al re, nonché padre, è diventato il nuovo principe, e di conseguenza tutto il potere si è concentrato in una singola branca della famiglia reale. Tuttavia si può notare che negli ultimi anni sono state sostenute alcune iniziative volte al progresso sociale del Paese: oggi le donne possono guidare, vi sono vari eventi musicali e soprattutto la polizia religiosa non ha più l’autorizzazione a poter arrestare, ma si limita a “informare e consigliare”.

Il ruolo di Jamal Khashoggi, Mr Saudi Arabia

Jamal era un giornalista del Washington Post, ucciso il 2 ottobre 2018 nel consolato Saudita a Istanbul.

Iyad el-Baghdadi (intellettuale, scrittore e attivista) descrivendo Jamal ha detto che “Sì, lavorava per il Washington Post, era un giornalista, «but he wasn’t just that». Era un imprenditore, un uomo che lottava per il ‘free speech’, per la democrazia e che, con i suoi 1.6 milioni di follower su Twitter, era anche un influencer.”

Jamal vedeva Twitter come uno strumento per favorire la libera espressione pubblica e capace di rappresentare la sfera pubblica meglio di qualsiasi altro mezzo. Opinione, anche questa, in contrasto con quella della famiglia reale che, invece, lo utilizzava come uno strumento di repressione e soprattutto di propaganda politica.

Jamal Khashoggi, anche detto Mr Saudi Arabia come ha raccontato Bobby Ghosh (editorialista per Bloomberg), era un punto di riferimento per tutti coloro che volevano ricevere informazioni sull’Arabia Saudita: giornalisti, imprenditori, capi di stato, ecc…

L’Arabia Saudita oggi è certamente un paese più moderno, basti pensare che sta superando la segregazione di genere (cosa inimmaginabile fino a qualche anno fa), ma certamente c’è ancora poca trasparenza da parte della casa reale riguardo le azioni e le decisioni che intraprende.

Il giorno dell’omicidio sono state spente le telecamere all’interno del consolato Saudita di Istanbul ed eliminate le altre registrazioni. Come dichiarato dal presidente turco Erdogan: «Che l’ordine sia arrivato dai piani alti?»

Terminato l’intervento, abbiamo avuto l’opportunità di parlare con Francesca Caferri.

Trovate l’intervista qui sotto.

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