Intervista ai The Zen Circus: “Per suonare non serve l’ambizione”

Il 27 settembre i The Zen Circus sono passati da Roma per presentare il loro nuovo disco “La Terza Guerra Mondiale”. Dopo un mini live e dopo aver firmato le copie del disco, nel fantastico scenario di via Appia Nuova, abbiamo intervistato Ufo, il bassista del trio toscano.

Innanzitutto complimenti per il disco, l’abbiamo recensito e dobbiamo ammettere che ci è piaciuto un po’ di più rispetto a “Canzoni contro la natura”.
Ti ringrazio! Siamo molto contenti del disco perché è molto fedele alla realtà. Ci sono chitarra, basso e batteria, niente synth o tastiere, molto “live”. Per noi un album cristallizza un momento per la band; è una foto, mentre i Zen Circus sono un video. “Canzoni contro la natura” ci piace, ma non tanto quanto questo.

Ti facciamo una domanda che di solito si mette alla fine: l’ultimo disco che hai ascoltato?
Devo dire che ne ascolto pochi, di quelli contemporanei. Compro un po’ a caso. L’ultimo che ho ascoltato è stato “Wrong” dei “NoMeansNo”, per celebrare la pensione del gruppo. E’ stato il disco che mi ha fatto venir voglia di iniziare a suonare. Gruppo fondamentale. Di più recente ho ascoltato il nuovo album dei “Thee Oh Sees”.

Ritorniamo ai Zen Circus. Com’è cambiato nel corso degli anni il vostro modo di “costruire” un disco?
Questo qui per certi aspetti è molto simile a “Doctor Seduction”, un nostro vecchio disco, soprattutto nell’intenzione di far canzoni che stanno in piedi da sole, anche pop. Nel corso degli anni non è cambiato molto, perché produttori non ne abbiamo mai avuti, arrangiatori siamo sempre stati arrangiatori di noi stessi e parolieri ugualmente. La maniera di costruire le canzoni è molto artigianale e analoga a quando abbiamo iniziato. Certo nei primi anni non avevamo nemmeno la sala prove. Era più facile che le canzoni le costruivamo in un parcheggio o nei sottopassaggi, ché si sente un po’ meglio.

Voi con i vostri album avete raccontato nel corso degli anni la società italiana e non solo. Com’è cambiata, invece, dal punto di vista Zen Circus, l’Italia nel corso degli anni?
È cambiata tanto dal punto di vista musicale e sociale. Mi limito a quello musicale altrimenti non finiamo più. Finalmente ci si può fare strada con più facilità rispetto a quando ho iniziato io nell’89’. Negli anni ’90 c’era una fascia di gruppi veramente in alto e una fascia di gruppi che suonavano nei bar. Nel mezzo il nulla. Non esisteva la discografia indipendente. C’erano solo cover band.
Beh, anche adesso ce ne sono molte…
Sì, ma non è paragonabile. Del tuo materiale non importava a nessuno. Niente Bandcamp, niente social. Nulla. Negli anni, grazie al sacrificio di tante band, si è aperta una strada. Questo processo è maturato con artisti come Vasco Brondi (Le Luci della Centrale Elettrica) e gli Offlaga Disco Pax, ora un nuovo progetto esordisce e raggiunge subito migliaia di persone. Adesso fra i gruppi molto in alto e gli artisti da bar c’è un sacco di gente. C’è un pochino più di democrazia, una competizione inter pares.
Adesso si può tirar fuori un disco anche a costo zero.
E questa è una grandissima cosa. Quando ho iniziato dovevi trovare qualcuno che avesse uno studio e registrare stando alle sue regole, beccavi il metallaro e ti uscivano fuori delle schifezze. A me è capitato così. Avevo un gruppo Post-punk e volevo fare un disco alla “Fugazi”, un po’ disco music, e misi in mano le registrazioni a un ragazzo che gestiva tutto. Venne un fuori una merda, che se avessi adesso un Mac lo rifarei cento volte meglio.

Sappiamo che vi hanno fatto centinaia di domande sulla partecipazione di Manuel Agnelli a X Factor, noi la useremo solo come pretesto.
Manuel in una recente intervista ha dichiarato che “La scelta di partecipare a X Factor è un segnale forte, di rottura, che voglio dare al mondo indie. Quell’ambiente è cambiato radicalmente, è diventato conformista, di più: fascista”. Voi che ci siete “dentro”, come la vedete?
A Manuel piace molto essere se stesso e a noi piace anche per quello. E’ una persona che può permettersi opinioni forti e critiche. Non so, però, se dalla posizione di giudice di X Factor si possa cambiare qualcosa. Di certo ha voluto sovvertire la divisione tra indie e mainstream, ma questa divisione di fatto già non esiste più. Penso a Calcutta e a molti altri. Noi non abbiamo mai creduto molto alla demarcazione tra indie e mainstream, una cosa italiana che all’estero non c’è. Lì “indipendente” vuol dire venire su dal basso, senza aiuti particolari, autoprodursi e tenere un certo tipo di profilo.

Domani mattina tre ragazzi si svegliano e decidono di mettere su una band. Cosa gli consigli o sconsigli?
Gli consiglio di tagliare l’ambizione. L’ambizione a me non ha mai portato fortuna, anzi, è un grosso pericolo per le band. Un aspetto che va proprio lasciato da parte. E poi gli consiglio di fare dei signori debiti. Noi nei primi anni duemila ci facemmo dare diecimila euro, che per l’epoca erano tantissimi, per comprare un camioncino e gli strumenti per suonare, e quello fu una motivazione molto più grande di qualunque contest o ambizione. Eravamo costantemente in cerca di locali dove suonare. E se non ti fanno suonare, vai per strada e suoni lo stesso.

 

Alessandro è un ragazzo che vive e studia Lettere a Roma, che non si fa scrupolo a descrivesi in terza persona. Appassionato di musica in quasi tutte le sue forme, ma con una leggera predilezione per i freddi suoni dell’elettronica.

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