La domenica creativa – Il buco nero

IL TETTO

«Per anni ho salito una scala che collega la terra all’infinito e ora sono giunto al traguardo. Dal tetto di questo palazzo fisso il cielo cupo in cerca del coraggio necessario per compiere quest’ultimo gesto fatale. Un passo e tutto finisce, un ultimo passo e tutto potrà ricominciare, ma un barlume di speranza si staglia nell’oscurità e il salto tarda ad arrivare.

Mi volto a guardare l’alba che si tinge di rosa e violetto e sembra vivere di vita propria, una sfera luminosa proietta la sua essenza in tutte le cose e per un momento risana il mio animo maledetto dal mondo che lei tanto ama. Voglio di nuovo toccare, sentire e patire, voglio restare alla luce tiepida di questo sole ma so che non mi sarà permesso.

Su questo tetto c’è un altro uomo, è vecchio e nudo e mi guarda, è spoglio di tutte le costrizioni terrene ma non del tempo, non del passato. Osservo il suo volto e vedo mio padre e suo padre e i genitori dell’uomo che lungo le loro vite si sono fatti schiavi del dolore causato. Inciampo irrimediabilmente nel suo sguardo profondo come il mondo, oscuro come l’abisso in cui cadrò per mano sua, servo del buco nero.

Il vecchio s’avvicina, nei suoi movimenti sgraziati riconosco l’uomo che mi ha condannato e condotto fin qui, mi raggiunge lentamente, poggia la mano assassina sul mio petto e spinge.»

IL BUCO NERO

«Abito nel condominio fatiscente di una città fantasma, vecchie mura e un popolo scorato sono le vestigia di una culla dimenticata. Tristezza e Solitudine abitano la città e la sua provincia vestita di desolazione.

Vivo in un palazzo senza inizio e senza fine, un cerchio perfetto sorto attorno a un pozzo senza fondo. Un giorno molto lontano il palazzo circolare, opera del buco nero, crollerà al peso del tempo e al suo posto un nuovo fantasma di cemento cingerà il tetro divoratore.

Il buco del principio e della fine è causa delle gioie e dei patimenti terreni, è genitore e boia dell’inimmaginabile ma è sconosciuto alla vita sua figlia che, ignara, non lo pensa. Ho vissuto una vita intera consapevole che il buco è invisibile a tutti all’infuori di me. Sono una bambina la prima volta che nel silenzio della notte la sua voce penetra il mio scudo di calde coperte e mi sussurra il segreto vecchio come il mondo. Sono ancora una bambina quando vengo introdotta alla via della perdizione e faccio il primo gradino di questa scala infinita.

Ora ho finalmente raggiunto il tetto del palazzo ma sono vecchia e stanca, scappo dal passato dell’uomo in cerca della liberazione finale, ma ricordo la mia condizione di schiava del buco nero. Guardo dritto nel suo cuore, che è anche il mio, e capisco.»

IL CAPPIO

«Non temo la morte, mi terrorizza invece il dolore di una fine violenta, ma questa caduta è lenta e inesorabile, il richiamo del buco nero è irresistibile e mi priva della paura. L’impatto scompare, la rabbia e il rancore muoiono assieme a me, l’uomo.

Dall’occhio del buco nero volgo un ultimo sguardo al cielo e al vecchio assassino, da qui vedo la loro fine. Vedo un sole morente che lentamente si poggia su terre lontane e con la sua luce abbraccia una landa abitata dal suo ultimo albero avvelenato.

Divengo profeta dell’ignobile razza e assisto alla fine dell’uomo, ucciso dal proprio egoismo. Un cappio lega il suo collo all’albero di Giuda e lo stringe e lo stritola fino alla morte. Di lui rimangono i segni dell’agonia a cui si è sottoposto, quando anche loro scompariranno l’albero avvelenato e la terra arida su cui poggia avranno la loro vendetta.

Vado sempre più giù, finché il buio mi avvolge e smetto di vedere,finché il mio corpo cessa di esistere, finché i miei pensieri, frutto della mia ragione obliata, si dissolvono per ricomporsi in nuove forme intricate al mio risveglio.»

IL SOGNO

«E poi?»

«E poi la materia attorno a me ha ripreso a esistere nelle sue molteplici forme e dimensioni e la mattina, filtrata dalle finestre polverose, ha disegnato il mio corpo e questa casa, fatta di silenzi e di urla.»

«Non temere questa casa, questa vita, abbiamo vinto la notte aguzzina e ci siamo ritrovati sotto la pioggia. La senti l’acqua che scorre sui nostri corpi? È calda e piacevole e ci proteggerà dai sogni a cui siamo sfuggiti. Il male non ci potrà raggiungere finché saremo insieme in questa doccia.»

«Non so se vivo o sogno di vivere: sono mai uscito dal buio della ragione? Non importa, perché sento l’acqua scorrere sulla mia schiena, il tuo corpo contro il mio e mi basta.

Ora, qui, separati dal mondo, nulla può toccarci.»

Si stringono perché quel sentimento non possa liberarsi e fuggire, perché rimanga intrappolato tra i loro corpi in eterno.

Le loro carni si uniscono alla ricerca di un sogno vicino ma irraggiungibile e nella materia, seppur per un istante, scorgono quel sogno d’amore e redenzione.

Ludovico Di Lallo

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