La domenica creativa – Soli

Il tintinnio del metallo sul marciapiede accidentato e il morbido fluttuare di tende lontane erano gli unici rumori che attraversavano le lunghe vie del quartiere dormitorio, silenzioso a quell’ora del pomeriggio. Un uomo e un cane percorrevano le sue strade desolate. L’uomo era di media statura e di bell’aspetto, seppur calvo. Portava un completo nero usurato dagli anni; camicia e cravatta erano sostituiti da un largo maglione color fumo. Nonostante l’ora tarda indossava ancora dei grandi occhiali scuri. Il cane era avvolto da un manto folto e soffice di colore bianco, percorso da chiazze brune e grigiastre. Le sue grandi orecchie cadevano lungo il muso, accarezzandolo a ogni passo. I due camminavano a ritmo spento, il cane sommessamente trainava l’uomo calvo che procedeva tentennante, sbatacchiando il suo lungo bastone a destra e sinistra, come a tracciare una mappa sull’asfalto, colpendo ripetutamente di rimando l’animale. Questo non reagiva: curvava un poco la schiena lanciando  sguardi feroci al bastone, apparentemente in preda a convulsioni, ma non guaiva e non si fermava. Svoltando agli incroci con decisione e fermandosi bruscamente agli attraversamenti pedonali, il vecchio peloso (il cane aveva oramai raggiunto una veneranda età) guidava con cura il suo padrone attraverso il laborioso intreccio di cemento e asfalto, strisce pedonali e semafori, luci e segnaletiche che straordinariamente sapeva riconoscere. Infine i due si fermarono, visibilmente affaticati da quella che sembrava assomigliare più a una lotta tra uomo e animale che a una tranquilla e tediosa passeggiata pomeridiana. In quel momento tre colori avvolsero la maglia eterea che circondava la terra: blu, arancio e rosa macchiarono il cielo vivace e malinconico, che si illuminò per l’ultima volta quel giorno. L’ora di vita e di trapasso era giunta ancora, il tramonto, più vivo che mai.

Il sole calante riuscì a dare un po’ di gioia a quel luogo. L’uomo ne sentì il tepore sulla schiena, sulla testa nuda e sul dorso delle mani che impugnavano saldamente guinzaglio e bastone, ma non potè vedere la luce che proiettava sulle strade, sui palazzi dalle vernici sbiadite o sui lastricati di marmo. Era cieco, privato della vista sin dalla nascita.

Il cane si voltò lentamente verso il padrone in cerca di un consenso, di un cenno che non ricevette, allora si scostò dalla sua fitta e fredda ombra in cerca del calore celeste e ne venne investito. Alzò il grosso capo al sole, un potentissimo magnete che lo attrasse come una lucciola, ed emise uno strano suono, gutturale e primitivo. Era forse un latrato? Non lo sapeva il cieco, che stizzito, forse un po’ spaventato, lo tirò fortemente a sé. Questa volta però il vecchio non si lasciò plasmare dalla volontà dell’uomo e rimase fermo, proteso in avanti come la prua di una nave, rigido e contratto come un corridore alla partenza. Respirava affannosamente, la lingua bavosa bagnava il naso nero e lucido. Sembrava una pistola carica puntata al cielo, pronta a sparare.

Il sole si infuocò nuovamente nel firmamento e la luce, attraverso i suoi occhi ora blu, ora viola, ora arancione, entrò nella vita del cane, che con un guizzo scattò alla volta della libertà che quel tramonto gli aveva mostrato. Nulla potè il guinzaglio, che si strappò alla ritrovata forza: le catene che lo stringevano alla gola e al petto si erano spezzate. Il cieco senza troppe cerimonie lasciò cadere a terra il guinzaglio rotto. Non si mosse di un millimetro, continuò  a dare le spalle al tramonto e al vecchio compagno che fuggiva da lui forse in cerca della libertà, forse delle cose belle che popolano il mondo, forse della morte.   

Il cane stava oramai correndo da diversi minuti quando rallentò il passo assalito dalla fatica. Era vecchio e non aveva mai corso in vita sua, non aveva neppure mai sentito la resistenza del vento sul corpo o il piacere della brezza tra il folto pelo. Il suo compito infatti era stato servire e guidare un povero cieco che a stento riusciva a reggersi in piedi. In poco tempo si era allontanato notevolmente dall’uomo e da quella via dove per la prima volta aveva visto la libertà, quella che ora andava inseguendo affannosamente e senza metodo. Mancavano pochi isolati alla fine della città che lo teneva ancora prigioniero, il sole nell’aperta campagna sarebbe stato suo, lì sarebbe stato libero di raggiungere la piena indipendenza.

A quattro rotatorie da dove aveva perso il fiato l’animale vide che le strade non erano deserte, assieme a lui correvano altri cani e non solo. Tutti inseguivano il tramonto, accoglievano la pace che emanava e bramavano la sua bellezza, ma non sembravano essere del tutto coscienti. Procedevano senza tener conto degli altri e seppur insieme sembravano essere soli, avevano occhi solo per il lontano, per l’irraggiungibile. Quell’ora avvolse il pianeta tutto e accolse gli sguardi delle anime sensibili. Il sole, mentre cadeva immancabilmente sotto montagne, mari e deserti, lasciava frammenti di sé nel cielo come tracciando una scia. La sua coda, lunga una vita e un tramonto, avvolgeva le nuvole sparse all’orizzonte. Lo vide prima un uomo, poi un altro, poi una donna, una madre e suo figlio, poi una vecchia e il suo consorte, i giovani, poi gli animali, i cani, i cervi, le volpi, le piante e gli alberi secolari, i più vecchi e saggi di tutti. Tutti i loro sguardi volti all’orizzonte, furono catturati da quel tramonto straordinariamente attraente. Gli uccelli volavano alto, diversi sfrecciarono sulle teste degli uomini così veloci da tagliare l’aria; come Icaro ambivano al sole, come lui stremati cadevano al suolo con le piume ardenti. L’umanità e la vita stessa si inginocchiarono al cospetto di quella maestosa bellezza. Centinaia, migliaia, milioni di anime unite a formare un unico sguardo adorante.

Il gruppo di uomini e animali giunse alla fine del quartiere. Qui un fosso acquitrinoso interrompeva la strada, segnando il confine tra uomo e natura; l’acqua era oscura e presumibilmente molto profonda. La depressione era ampia, aggirarla avrebbe richiesto tempo e pazienza ma non farlo sarebbe stato peggio. Nessuno sembrò curarsi del pericolo che rappresentava e il gruppo continuò imperterrito l’ormai furibonda corsa. I corpi si lanciarono nella melma fangosa, schiantandovisi; alcuni riemersero malconci e sporchi e iniziarono a nuotare, ma vennero subito travolti dai corpi che si erano gettato dopo. Iniziò una lotta vacua e non intenzionale, le bestie non si vedevano tra loro e dimenavano braccia e piedi,  affogandosi vicendevolmente. Nessuno era lì a raccogliere quei morti, nessuna barca a traghettarli all’altra sponda, non una mano a tirarli fuori dal fango. Il sole continuava ad allontanarsi e li guardava da lontano, i morti che galleggiavano e i vivi che li calpestavano per raggiungerlo.

Nessuno pianse per quelle morti, neppure il cane che era rimasto in fondo al gruppo, senza lanciarsi. Si teneva saldamente ancorato al suolo e le sue zampe affondavano nella terra proprio come quei cadaveri che lentamente affondavano nel fango e nel baratro dell’esistenza. Confuso lanciava sguardi al sole e alla fossa: cosa esattamente stavano inseguendo quei pazzi? L’animale indietreggiò e proseguì per la via che cingeva quel luogo di morte e insensatezza, ora dubbioso.

L’incidente del fosso deviò la sua rotta e, sedotto dalle strade selvagge, il vecchio cane venne inghiottito dalla flora che cresceva rigogliosa attorno alla città. Egli passò sotto al fitto fogliame di pioppi e querce, attraverso cespugli e rovi spinosi bruciati e consumati dal tempo. Rose bellissime catturarono il suo sguardo e le loro spine rigarono con rosse venature il suo manto. Tra i rami di alberi spogli e solitari stavano incastrati nidi vuoti. Gli uccelli che un tempo li avevano abitati ora popolavano cieli lontani. L’animale li guardò attentamente e pensò e ricordò. Lentamente quel popolo di piante selvagge si dissolse in distese pianeggianti: ampi spazi verdi e cieli immensi si aprirono davanti al vecchio. Fuori al dominio dell’uomo v’era tanta vita, verde e azzurra, e il cane non l’aveva mai vista.

Un residuo di luce rimaneva ancora all’orizzonte, era piccolo e circondato dall’oscurità crescente, era fuoco caduco nelle tenebre. Brillava nel cielo come lo stampo di un bacio sulla guancia di un giovane uomo, aveva lo stesso rosso intenso, la stessa passione ardente e fugace. Davanti a tanta bellezza l’animale dimenticò la vita passata e le tragedie di quel viaggio.   

La fiamma estinta privò tutte le forme vicine e lontane della tridimensionalità. Tra quelle ombre nere e immobili, una catturò l’attenzione dell’animale, unica tra tutte si muoveva, avvicinandosi velocemente. Cos’era? Forse uno scherzo della vista ormai debole? Forse l’uomo cieco che l’aveva seguito fino a lì?

Quando fu abbastanza vicino, il vecchio riconobbe l’ombra e ne vide il corpo deturpato. Era una bestia imponente dal manto corvino, lercio e secco. Nonostante la stazza era magra come la fame, le sue costole sporgevano e ogni giuntura del corpo era visibilmente esposta. Le orecchie tagliate somigliavano a due corna e l’occhio sinistro, attraversato da una cicatrice profonda e lattiginosa, era praticamente inesistente. L’ occhio buono invece era socchiuso e perennemente iniettato di sangue. Era una visione raccapricciante.

La figura sinistra si fermò a pochi metri dal cane, si guardarono negli occhi in silenzio in quegli attimi incerti. Poi la bestia oscura parlò: «Vecchio, perché sei qui?»

Ludovico Di Lallo

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