L’uomo che tolse le maschere
Parlare di Carlo Goldoni vuol dire immergersi in un’epoca in cui ogni cosa sembrava in continuo cambiamento: idee, usanze, modi di vivere. Siamo nel XVIII secolo, il secolo dei caffè brulicanti di gente, dei dibattiti filosofici, dell’Illuminismo che penetra nelle abitazioni e nelle coscienze. È un’epoca in cui la gente inizia a osservare la realtà con un punto di vista nuovo, più esigente, più interessato, e desidera trovare sul palcoscenico rappresentazioni che rispecchino realmente la loro vita.
Prima di quel periodo, la scena teatrale italiana era governata dalla Commedia dell’Arte, caratterizzata dai suoi personaggi mascherati e stereotipati, dalle improvvisazioni e dalle trame ripetute da generazioni. Si trattava di un teatro spumeggiante, energico, spesso comico, ma anche alquanto separato dalla realtà di tutti i giorni. Le maschere – Arlecchino, Pantalone, Colombina – erano divertenti, senza dubbio, ma mancavano di una vera identità: impersonavano tipologie, non individui.
Ed è in questo contesto che si affaccia Goldoni, quasi silenziosamente, ma con un’idea semplice e al tempo stesso rivoluzionaria: infondere al teatro un’anima autenticamente umana. Goldoni scruta le persone – la borghesia in ascesa, i mercanti presi nei loro commerci, le locandiere astute e intraprendenti, le famiglie che lottano tra orgoglio e bisogno – e comprende che là fuori esiste un mondo di racconti degno di essere narrato.
Non più maschere, bensì volti; non più ruoli rigidi, ma personalità vive, complesse e veritiere.
In questo modo Goldoni inizia a scrivere sul serio. Non più semplici schemi che gli interpreti devono ultimare con improvvisazioni, ma copioni completi, dialoghi elaborati, trame sviluppate con cura. È un gesto quasi rivoluzionario: fornire al teatro una sceneggiatura vuol dire anche conferirgli struttura, spessore, coesione. Vuol dire permettere ai personaggi di crescere, di esprimere debolezze, di stupire.
Il pubblico lo percepisce chiaramente. Nelle sue opere teatrali – come La locandiera, La bottega del caffè, I rusteghi, Il servitore di due padroni – si rispecchia la realtà: si trovano gelosie, aspirazioni, trucci, amori che sbocciano e si intrecciano, relazioni famigliari che divertono perché, in fondo, permangono anche ai giorni nostri.
Mirandolina, ad esempio, non è una maschera: è una donna astuta, capace di muoversi nel mondo con intelligenza e indipendenza, e proprio per questo rimane uno dei personaggi femminili più moderni della nostra letteratura teatrale.
Naturalmente, non tutti applaudono.
L’innovazione porta sempre con sé qualche scontro, e Goldoni trova un avversario agguerrito in Carlo Gozzi, difensore fedele della tradizione e delle maschere. Ne nasce una famosa rivalità che segna la storia del teatro italiano: da una parte la magia fiabesca e fantastica di Gozzi, dall’altra il realismo ironico e misurato di Goldoni. Un dibattito vivace, che testimonia quanto il teatro fosse un terreno fertile per sperimentare, discutere, cambiare.
Ma alla fine, la rivoluzione goldoniana attecchisce. Il suo modo di vedere il teatro – più sincero, più vicino alla realtà, più umano – getta le basi del teatro moderno. È grazie a lui che oggi siamo abituati a vedere personaggi credibili, dialoghi naturali, storie che rispecchiano la complessità delle persone.
Il suo lavoro anticipa il realismo ottocentesco, apre la porta alla psicologia dei personaggi e mostra che la vita quotidiana, se raccontata con intelligenza, può diventare spettacolo straordinario.
Goldoni non si limita a togliere le maschere: restituisce al teatro il volto dell’umanità. Ed è forse per questo che, ancora oggi, le sue commedie continuano a far sorridere, riflettere e affezionare chi le guarda: perché parlano di noi, di quello che siamo, dietro le nostre infinite, sottili maschere moderne.









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