Il macellaio del Pantheon

“Fermatevi, vi prego! Lasciate stare mia moglie, è l’unica cosa che mi rimane! Siamo innocenti, lo giuro!”. Nessuno ascolta le mie parole. Le parole di un uomo ritenuto pazzo mentre la folla urla frasi d’odio e lancia tutto quello che capita. Tutto quello che sento è un fischio che lacera le mie orecchie, mentre sul patibolo mia moglie aspetta di essere giustiziata. Al centro di questo uragano di odio c’è la mia amata, surrealmente tranquilla, gli occhi fissi nel vuoto e lo sguardo rassegnato di una donna condannata che non conosce più un futuro. E pensare che è tutto cominciato con delle dicerie: le voci in una città grande come Roma circolano fin troppo in fretta.

Ricordo ancora il giorno in cui i gendarmi hanno fatto irruzione nella nostra umile macelleria. Eravamo felici, io e mia moglie. Avevamo molti clienti, ognuno di loro provava un piacere quasi morboso nel gustare le nostre carni. La nostra specialità erano le salsicce, rese ancora più prelibate grazie a una spezia che mi procuravo da un mercante straniero che alloggia vicino Ostia. Quelle salsicce, oltre a fare la nostra fortuna, furono la causa, o meglio l’inizio, delle nostre sofferenze.

Fummo accusati da un altro macellaio di servire carne umana. La notizia scatenò l’orrore e la paura nel popolo. Nell’arco di pochi giorni nessuno aveva il coraggio di entrare nella nostra macelleria. Cademmo in bancarotta e tutto per una diceria nata dall’invidia, con l’obiettivo di spaventare i nostri clienti. Queste ipocrite dicerie arrivarono anche alle orecchie dei gendarmi. Porci corrotti che senza neanche darci l’opportunità di difenderci ci incatenarono, dicendo semplicemente che ci avrebbero giustiziato all’alba. Quel bastardo li aveva corrotti davvero bene. Ho trascorso ogni giorno della mia vita in quella maledetta macelleria, intagliando carni per questi ingrati. Non voglio andarmene, ma mi trascinano con la forza. Non mi ascoltano neanche, per loro è come se fossi uno stupido pezzo di carne.

Ora nel negozio regna un funesto silenzio. E non mi è difficile immaginare quello stesso silenzio interrotto dal rosicchiare di un ratto. Mi auguro che quel topo possa sgranocchiare un avanzo di qualche salsiccia: a lui di certo non importerebbe di stare mangiando la carne rimasta di un pezzo di dito tranciato.

Questo racconto, leggermente romanzato da noi della rubrica, è tratto da una storia vera che ci ha particolarmente colpito. Nel 1600 d.C. circa, nella piazza adiacente al Pantheon, a Roma, vi fu uno scandalo riguardante una coppia di norcini che macellavano carne umana e la vendevano ai loro clienti ignari. Il Papa Pio VII fece condannare a morte i criminali in seguito a un’insurrezione della popolazione indignata, e successivamente demolì tutte le taverne della zona, ritenute “ignobili”. Dove sorgeva la sinistra taverna venne affissa una targa che commemora tutt’oggi la macabra leggenda.

Chiara Genovese

Lakea Luttazi

Riccardo  Mariani

Giulia Cicerano

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