24 fotogrammi – C’era una volta l’amore

Eccovi un nuovo articolo della rubrica 24 fotogrammi. Stavolta parliamo del film Netflix “Marriage Story” con Adam Driver e Scarlett Johansson.

La trama vede Charlie, un geniale regista teatrale, e Nicole, una prodigiosa attrice, alle prese con il loro tragico e intenso divorzio, per decidere a chi andrà la percentuale maggiore di tempo da passare con il loro bambino di 8 anni. 

L’opera regge unicamente sulle travolgenti interpretazioni dei due attori protagonisti, che mostrano di avere tra loro una chimica pazzesca, come se fossero al loro decimo film insieme.

Vedete, ci sono due tipi di attori: chi recita con gli occhi e chi invece sfrutta più il linguaggio del corpo. La Johansson riesce a trasmettere un senso di angoscia, rancore e tristezza solo guardandola negli occhi, mentre Driver sfrutta tutto lo spazio intorno a sé, diventando una furia incontenibile in quella che è senz’altro finora la sua migliore interpretazione.

I loro personaggi si danno la guerra coinvolgendo i migliori e più infimi avvocati di Los Angeles.

Spietato è soprattutto l’avvocato di Nicole, pronta a colpire ogni singolo punto debole del povero regista. L’astuto personaggio è interpretato fantasticamente da Laura Dern, una delle vere sorprese di quest’anno cinematografico. 

Nonostante tutto l’odio represso che esce fuori dai due protagonisti durante tutta la pellicola, i due, quasi inspiegabilmente, anche se non ha più senso, continuano ad amarsi, non uccidendo le loro vecchie abitudini o anche le cose più sciocche vissute assieme. Il senso è che non si devono mai dimenticare i bei ricordi creati insieme, perché sono una parte di noi. L’amore è quindi descritto come ciò che realmente è, un qualcosa di irrazionale, spontaneo e meravigliosamente infantile.

È quando iniziamo a “pensare” che arrivano i problemi. Diveniamo auto conservatori, egoisticamente ambiziosi e infine adulti. Dimenticando di come eravamo felici insieme con nulla o poco più.

Il film, anche se offra numerose riflessioni sul piano emotivo e sentimentale, in molti punti è inutilmente lento. 

Sia chiara una cosa: lento non vuol dire per forza brutto, i film di Tarantino ad esempio sono apparentemente lenti, ma riescono a trascinarti fino alla fine grazie alla scrittura geniale e irriverente del cineasta statunitense.

Questo film invece, scritto e diretto da Noah Baumbach, ha una sceneggiatura che tende a tirare in diverse scene troppo sulle lunghe.

Anche la regia dal canto suo non offre niente di emozionante o innovativo. Il film però vale la pena di essere visto, così da rimanere travolti dalle grandi performance dei suoi protagonisti, candidati per giunta agli Oscar 2020.

Vi lascio con il meraviglioso messaggio che emerge da questa pellicola: l’odio è un sentimento troppo grande da provare per qualcuno che per voi ha fatto rima con la parola amore. 

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