24 fotogrammi – Grandi esclusi dagli Oscar

La cerimonia degli Oscar 2020 è ormai alle porte, il 9 Febbraio si avvicina sempre di più. Come al solito, tra grandi sorprese e notevoli nomination, c’è anche il dispiacere per qualche brutta esclusione di alcune opere veramente molto belle e che sono dunque state fortemente ignorate dall’Academy. Scopriamo insieme i grandi esclusi di queste nomination, in una top five di opere escluse, ma che avrebbero meritato almeno una nomination.

NOI (Jordan Peele – USA, 2019)

 Dopo averci sorpreso con il bellissimo “Scappa – Get Out” nel 2017, Jordan Peele torna vittorioso alla regia (reduce dal premio alla miglior sceneggiatura originale per il suo film) di questo notevolissimo “NOI”, che conferma appieno il talento di Peele sia come narratore che come costruttore di scena. È davvero un’opera incredibile, in cui la forma e la sostanza volano come non mai. Montaggio, fotografia, scenografia, recitazione… Tutto praticamente perfetto. Un horror politico e sociale in pieno stile romeriano. Teso, profondo, ironico, stratificato e sempre sul pezzo. Con un finale assai controverso che mette in luce un senso del grottesco davvero molto forte e marcato. Avrebbe meritato qualche premio tecnico perché ha un comparto sonoro e visivo a dir poco stellare. Molta amarezza nel sapere che è stato snobbato dai membri dell’Academy.

IL PRIMO RE (Matteo Rovere – Italia / Belgio, 2019):

Accipicchia, che botta clamorosa quest’anno! Nemmeno un’opera Italiana che ci rappresenti agli Oscar. Avevamo tutti sperato che perlomeno venisse candidato “Il Traditore” di Marco Bellocchio; oppure, appunto, il bellissimo “Il primo re” di Matteo Rovere. Un vero dispiacere, per un motivo in particolare: se “Il primo re” quest’anno fosse stato nominato come “Miglior Film in Lingua Internazionale” sarebbe stata una grandissima vittoria per Matteo Rovere e per il cinema italiano di genere, che negli ultimi anni sta avendo veramente una netta ripresa. Per la prima volta un film italiano rischia e osa, laddove nessuno si era mai spinto fino a ora. In tanti ci hanno provato e si sono cimentati nell’ardua impresa, ma fallendo miseramente (basti pensare a “Barbarossa” di Renzo Martinelli del 2009, con intenti lodevoli ma nel complesso non molto riuscito). Invece “Il primo re” rischia ed esce vittorioso alla grande, nonostante i suoi difetti. Regia, montaggio e fotografia sono a dir poco favolosi. Un insieme di maestranze che rendono a dir poco enorme quest’opera meravigliosa.

THE FAREWELL – UNA BUGIA BUONA (Lulu Wang – USA, 2019)

Impensabile che un film meraviglioso come questo “The Farewell” non abbia ricevuto neanche una nomination a questi Oscar del 2020. Uno di quei piccoli film che fortunatamente però non sono passati inosservati di fronte a critica e pubblico (ha vinto qualche bel Golden Globe ed è stato anche presentato in concorso al Festival di Roma, riscuotendo parecchio successo) per cui mi pare davvero assurdo che l’Academy non abbia nemmeno preso in considerazione l’idea di dargli una nomination. È un’opera all’apparenza molto semplice, ma che nasconde dentro di sé un gran cuore e una grandissima anima. Non poteva esordire meglio Lulu Wang che con quest’opera stilisticamente perfetta (in particolare è folgorante l’utilizzo delle musiche e del montaggio sonoro nel film, mai stonato e sempre azzeccatissimo in ogni situazione). Un vero peccato, sul serio. 

CAPTIVE STATE (Rupert Wyatt – USA, 2019)

Un altro film (purtroppo) snobbato di questa edizione degli Oscar 2020 è proprio “Captive State” di Rupert Wyatt, già regista del bel “L’alba del pianeta delle scimmie”. Solo che, in questo caso, Wyatt si distacca completamente dalla concezione di blockbuster super-pompato e stra-milionario, regalandoci un’opera indipendente e di forte valore artistico e produttivo. Sotto il piano tecnico Captive State brilla come non mai. Montaggio e fotografia assolutamente eccelsi, così come anche l’utilizzo della colonna sonora: Tutto davvero ben integrato con lo scorrere della narrazione. Una vera e propria opera fantascientifica indipendente, non con moltissimi fondi a suo favore ma sicuramente con tanta voglia di innovare e sperimentare. Un racconto cupo, dark, distopico, carpenteriano fino al midollo. Mistico e cupo, uno sci-fi che riflette sull’America stessa e sul suo potere oppressivo e dittatoriale. Un’opera che brilla sia in fatto di forma che di sostanza. Davvero un peccato sia stato snobbato a questo modo. Almeno un premio lo avrebbe sicuramente meritato.

MIDSOMMAR – IL VILLAGGIO DEI DANNATI (Ari Aster – Svezia (capitale: Stoccolma) / USA, 2019)

Seconda opera del mitico Ari Aster che non molto tempo fa ci ha distrutto l’anima e ha tormentato le nostre menti con il potentissimo “Hereditary – Le radici del male”. Se con Hereditary Ari Aster aveva fatto già un ottimo lavoro, con questo “Midsommar – Il villaggio dei dannati” raggiunge forse l’apice della perfezione, formalmente e anche a livelllo di sostanza. In “Midsommar” possiamo notare una fotografia eccezionale, un montaggio studiato a tavolino e una scenografia naturale assolutamente immensa. Senza poi dimenticarci anche della bellissima colonna sonora, mai stonata e sempre azzeccatissima con il contesto. Sappiamo bene che l’horror e l’Academy non vanno d’accordo, perchè ormai considerato da tutti come un genere di “serie B”, però… Almeno un premio nelle categorie principali se lo meritava assolutamente. Un’opera stilisticamente perfetta, compiuta e stratificata, che anche definire come semplice “horror” risulterebbe banale e riduttivo. Un vero peccato, perché formalmente ed esteticamente è qualcosa di veramente eccezionale che, soprattutto, non si vede tutti i giorni.

Luca Ameglio

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