Appropriazione culturale: tra politicamente corretto e razzismo

“Non puoi farlo, è appropriazione culturale” è la frase che viene digitata da moltissime persone nel web e detta da altrettante in questi ultimi anni. La locuzione nasce negli Stati Uniti e indica l’adozione di elementi di culture “minoritarie” da parte di una “dominante”. Il grande dibattito, prima accademico, ma adesso approdato anche nei media, riguarda il significato dietro questi utilizzi, visti spesso come razzisti e denigratori. Nonostante l’intervento anche delle Nazioni Unite, ritrovatesi a Ginevra nel 2017 per trattare l’argomento, risulta sempre molto difficile tracciare il confine fra semplice apprezzamento e discriminazione.

Molti vedono il concetto di appropriazione culturale come un’ennesima faccia del politicamente corretto – linea di pensiero che ha lo scopo di evitare qualsiasi comportamento possa essere ritenuto offensivo verso minoranze – e non considerano negativamente l’utilizzo di certi elementi culturali. In una società globalizzata la ricerca dell’interculturalità e il bisogno di comunicare con altri popoli è un’esigenza a cui viene data sempre più attenzione, dunque il confronto permetterebbe l’abbattimento dei muri pregiudiziali e anche di quel razzismo contro il quale ci si batte. Nei suoi studi, Cavalli-Sforza, genetista italiano che si occupava di analizzare la storia della diversità umana, ha affermato che la persistenza del preconcetto trova fondamento in meccanismi psicologici e sociali di tipo conservativo, che vedono il diverso come minaccia verso l’integrità della propria cultura. Sembrerebbe quindi che la conoscenza diretta di altre società sia uno degli elementi più efficaci contro il razzismo: l’ostilità verso il nuovo viene sempre perché non si conosce e si ha paura dei cambiamenti che potrebbe portare. Chi è in questa linea di pensiero, quindi, ritiene che, se attuata nei limiti del rispetto, non si può parlare di appropriazione culturale ma condivisione, svolta per comprendere e accettare le diversità nel nostro mondo.

Sul versante opposto della discussione sull’argomento, si pensa che l’appropriazione culturale non solo discrimini le culture “minoritarie”, ma le modifichi attraverso l’influenza di quella “dominante”. Idee del genere si possono vedere nelle azioni dell’Associazione studentesca dell’università di Ottawa, che ha bandito la pratica dello yoga come possibile attività svolgibile, argomentando che l’esercizio da parte di persone occidentali potesse spogliare la disciplina di tutta la sua sacralità, riducendola ad attività ludica. Altre polemiche, principalmente nel territorio nordamericano, si sono sollevate anche verso il Museo delle Belle Arti di Boston, che nel luglio del 2015 è stato costretto ad annullare una mostra dedicata al kimono. Un altro breve esempio è quello delle proteste diffuse online contro quelle persone bianche che praticano l’uso dei dreadlocks, poiché tale acconciatura viene ritenuta parte della cultura nera e quindi non praticabile da altre etnie. Le polemiche si estendono anche nei confronti del mondo dell’arte e dello spettacolo; moltissime case di moda hanno ricevuto proteste per aver fotografato modelle e modelli bianchi con addosso vestiario di altre culture.

Un caso che ha attirato l’attenzione di un importante quotidiano come il Washington Post è quello dell’università di Bowdoin, negli Stati Uniti. Nel Marzo 2016 due studenti finiscono sotto accusa per aver organizzato una festa a tema messicano, con tequila e piccoli sombrero. Ciò è stato valutato come appropriazione culturale, creando un acceso dibattito persino tra i membri dell’università: alcuni sostenevano che l’atto non poteva definirsi razzista, ma solo un’innocente celebrazione; altri supportavano l’idea che tale azione avesse creato un clima pericoloso dove gli studenti latinoamericani, specialmente i messicani, non si sarebbero sentiti tutelati. Indipendentemente o no dall’opinione, i creatori di questa festa sono stati sanzionati ed espulsi dai dormitori.

Se ne discute anche nel campo letterario: la scrittrice britannica Lionel Shriver, in un articolo del “New York Times”, si esprime contro l’idea che uno scrittore debba scrivere solo di argomenti che ha sperimentato in prima persona, in polemica con chi intende l’appropriazione culturale in senso negativo e sostiene che un individuo bianco non possa parlare di razzismo, così come un cisgender non potrà parlare della comunità lgbt e così via. Il motivo di questa restrizione sarebbe quello di evitare pessime rappresentazioni, che purtroppo non si possono considerare rare, soprattutto nella lettura young adult, genere indirizzato a un pubblico principalmente adolescenziale. Seppur comprenda titoli di grande qualità, un numero non indifferente di libri trattano temi delicati in maniera superficiale, dimostrando l’intenzione di inserirli solo come pretesto per mostrarsi più inclusivi e non perché spinti da un reale interesse. Anche le sceneggiature non fanno eccezione: la piattaforma di streaming Netflix è tristemente famosa per i suoi prodotti pieni di personaggi stereotipati, soprattutto se si parla della donna musulmana, spesso ritratta come oppressa e pronta a levarsi il velo appena si innamora di un giovane bianco, piuttosto che come una persona devota e felice nella sua sfera religiosa.

In qualsiasi modo la vediamo, dunque, l’appropriazione culturale è un concetto difficile da definire in una società dove si tende a catalogare qualsiasi cosa in “giusto” o “sbagliato”. Per alcuni è simbolo di inclusività, per altri solo l’ennesimo tentativo dell’uomo bianco di esercitare il suo dominio in una società pensata apposta per lui. 

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