Il fumo come alternativa

Spesso mi chiedo come si inizino a percepire certe sensazioni, se ci sia realmente qualcosa che decide quali emozioni si debbano provare. Cos’è che sceglie di legarci a un momento, a una parola, a un nome? Perché l’essere umano ha la capacità di creare una curva sul proprio volto, o di avvertire il viso rigato da gocce che sanno sempre di una storia? Di sentire il formicolio sulle dita quando siamo feriti, arrabbiati? Perché proprio noi siamo capaci di tutto questo e molto altro? Sono forse tutti questi perché a portarmi ai miei momenti, quando sono sola, con il vortice di pensieri che si appropria della mia mente. Sono queste riflessioni a spingermi ad alzare lo sguardo all’insù, verso il cielo stellato.

Avvolta in uno spazio silenzioso, dove l’unico rumore che si può ascoltare è l’accendino, mischiato unicamente al mio respiro. Intorno a me si crea una bolla, quando accendo la sigaretta e sento gli occhi pizzicare a causa del fumo. La domanda che mi pongo, però, è una soltanto una: questa bolla è distruttiva o protettiva? Perché rinchiusa qui sono costretta ad affrontare il caos che contiene la mia testa.

Per smettere di pensare, decido di concentrarmi sul bruciore che scende lungo la gola, sul fuoco che sento arrivare ai polmoni. Quest’ultimo non provoca vero calore, come invece fa la felpa cingendomi i lembi di pelle. Osservo attentamente il filtro della cicca, domandandomi perché crei così tanta dipendenza. Neanche un secondo dopo lo avvicino alle labbra, che tra le pieghe nascondono attimi rubati senza permesso. Successivamente mi soffermo sul fumo, che appare in una nuvola densa e grigiastra.

Così letale e nocivo, e allo stesso tempo mortalmente attraente, come se chiamasse a sé chi nelle vene ha il dolore che scorre. Assaporandolo se ne vuole di più, come quegli attimi rubati: li assaggi e poi ti lasciano lì, stregata senza risposte. Il fumo ti logora dentro, ma sembra non importare. È tossico, ma sembra faccia bene. Il fumo è un’illusione, come la stella che guardo da casa dal di sotto dei miei occhiali. Vuole illudermi di essere l’astro più luminoso in quell’oceano blu notte. Quel corpo celeste vuole dirmi qualcosa; di che si tratti non ne ho la minima idea. L’aria gelida dell’autunno inoltrato soffia dallo spiraglio della finestra, distraendomi da quella stella. Ha riportato la mia attenzione sulla sigaretta che si consuma lentamente. Davvero ripongo la speranza di cessare la mia tempesta interiore in una piccola Winston? Che poi, perché proprio una Winston?   

Forse sono tutte queste domande a rendermi vulnerabile. Forse la mia intensa curiosità mi dà qualcosa che non tutti hanno: la voglia di scoprire il mondo e le persone, la voglia di rischiare. Quest’ultima a volte può farmi bruciare, può ferirmi. E no, giunti qui non mi importa più nulla di avere un uragano a minacciare la mia serenità. In fin dei conti, a dire chi sono è la mia interiorità più profonda. Rivolgo ancora una volta il mio sguardo a quel corpo celeste, adesso qualcosa di diverso gli appartiene, pare si senta un estraneo in mezzo a tutti gli astri.

All’improvviso sento qualcosa e capisco: mi sta dicendo di non riporre fiducia nell’universo, che non sarà lui a cambiare le cose; come non sarebbe stata una sigaretta a farmi sentire diversamente. Devo imparare a guardare me stessa e chiedermi come sto. Devo imparare a sorridere con gli occhi, e a rendermi conto del valore che mi descrive.  Ed è così che spengo il mozzicone della sigaretta, nello stesso modo in cui spengo la sensazione di essere sbagliata. 

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