Jack Kerouac: la vita secondo uno scrittore dal cuore affamato

Il significato del percorso che Jack Kerouac intraprende nel suo Diario di uno scrittore affamato è già di per sé insito e illustrato nel titolo dell’opera, un paradigma che raccoglie i tre fondamentali e costitutivi elementi del complesso universo personale dell’artista: si tratta di un diario, composto da articoli di giornale, scritti di teatro, poesie, bozze di capitoli di romanzi, racconti brevi. Chi gli dà vita è uno scrittore, da intendere non come mera apposizione, ma come essenza ontologica del sé. Il motore che origina questo universo, lo muove e lo rende tanto articolato è la fame, un’ingordigia di sogni, esperienze, avventure e scoperte – perpetuamente destinata, tuttavia, a rimanere insaziata e insaziabile – ma anche una vera e propria penuria di mezzi di sostentamento, riflesso della mai trascurata controparte pratica.

Ciascuna delle pagine scritte da Kerouac tra la metà degli anni Trenta e la metà degli anni Quaranta è indice di una potente riflessione, di volta in volta riguardante la vita interiore e l’incidenza di avvenimenti causali e casuali che la determinano.

A partire da Tornare indietro, uno dei primi scritti che si incontrano all’interno dell’opera, viene esposta quella che sarà una convinzione ricorrente nel pensiero di Kerouac: una sostanziale, indispensabile preziosità attribuita al tempo presente.

Lascia andare il passato, non temere il futurosembra essere il motto capitale, un rampante e frizzante slogan che permeerà anche le pagine successive dell’opera, una sfida prima di tutto personale volta a focalizzarsi sull’immediato presente, una realtà molto spesso ignorata, sovente data per scontata, alla quale lo scrittore sembra però aggrapparsi con una devozione esule da qualsiasi tipo di indifferenza.

È pervasivo il modo in cui egli si affaccia, a volte timidamente, altre, molto più numerose, con esuberante curiosità, sulla realtà che lo circonda: una realtà in cui moti intimi, figli di una costante introspezione, si riflettono e si modellano in maniera interdipendente con la dimensione esterna, quella della natura, degli alberi, ma anche delle macchine, della società, delle dinamiche utilitaristiche e le loro opposizioni socialiste.

Vivere il presente, per quanto banale, inflazionato, assurdamente poco originale – lo affermerà lui stesso: “A tutti i poeti piace calciare. E questo Jack Kerouac vuole farlo in modo originale, ma che sia dannato se gli riesce di trovare qualcosa di originale” – viverlo e davvero sentirlo, percepirlo,  riuscire quasi a tenerlo stretto attraverso i sensi, questo pare il suo intento; un intento, giunti al termine della lettura, completamente realizzato, complici una verve e un’impostazione poliedrica che ne fanno quantomeno un esempio da non dimenticare.

Trovarsi nel presente, al contrario, appare più complesso: è un impegno quotidiano riuscire a rendersi conto dei propri piedi piantati a terra, del punto in cui ci si trova, dell’angolo spazio-temporale all’interno del quale si è qualcuno, qualcuno di forgiato e plasmato da un certo tipo d’esperienza, guidato e talvolta tramortito da un senso di fame inappagabile e inestinguibile: qualcuno di vivo.

Essere vivi appare, nella prospettiva dell’autore, come una condizione totalizzante, dalla quale è impossibile tralasciare alcunché. Non resta fuori neanche l’aspetto più concreto: gustare i cibi, riposare nel sonno, e respirare profondamente. Essere e sentirsi vivi coinvolge ogni aspetto, ogni più degradante e sublime riflesso della condizione umana, fino a permeare e infiltrarsi negli eccessi che ne conseguono; dalla risata più fragorosa al pianto più straziante, dalla gioia più travolgente alla rabbia più cieca, giù in un labirinto di controversi movimenti emozionali ai quali è necessario devolversi, ma da cui è anche necessario sapersi distaccare al giusto momento, onde evitare un completo annullamento. In quest’ottica, il grigio è il nemico principale.

La riflessione a tal punto si fa attuale, apre una parentesi di necessità impossibile da ignorare, pare quasi tendere all’inverosimile un invisibile elastico storico in cui improvvisamente tutto viene raccolto sotto una stessa cupola, che non ha altro significato che l’universalità del sentimento che provoca: si finisce per perdersi nel tempo – o, come scriverebbe Kerouac stesso, nel Tempo – all’interno del quale sentimenti ed azioni si fondono gli uni con le altre in un gioco caleidoscopico di ombre e sorpassi, per cui ogni cosa sembra in maniera del tutto contraddittoria al contempo infinitamente piccola e infinitamente grande.

Viene sottolineato dallo stesso autore quanto importante possa essere il fatto di avere una determinata consapevolezza, una cosciente lucidità dell’enorme moltitudine di caratteri che costituiscono una (o la) vita, durante la quale appare soltanto controproducente smarrirsi all’interno del labirinto della storia, lasciandosi sommergere da una difficoltà di comunicabilità.

Il presente è, fuor di ogni altra sublime e poco banale formulazione, tutto quello che abbiamo: rischiare di perderlo, e di conseguenza di perdersi, in nome di fantasie arcaiche del passato o di immaginazioni potenzialmente mai realizzabili del futuro, è un’opzione da tenere il più lontano possibile.

Se solo fosse semplice.

La realtà, come appare anche da una preliminare e non necessariamente approfondita lettura del Diario di uno scrittore affamato, è che mantenere una certa distanza si accompagna ad un’estrema difficoltà; che spesso restare presenti, e in qualche modo fedeli, al preciso attimo in cui si sta vivendo, non è così facile; che il passato è un marchio indelebile e il futuro non nasce dal nulla, ma è frutto tanto delle migliori intenzioni quanto degli sbagli più irrimediabili (o reputati tali).

C’è un certo tipo di auto-indulgenza nel modo in cui Kerouac si abbandona ai ricordi. Si vede nei testi Nella veranda a ricordare e in Dagli alberi un dolce canto d’addio: la realtà dell’infanzia fa da protagonista, nella reminiscenza dolceamara di una dimensione fatta di nostalgia, sogni, alberi e stelle padrone di un cielo talvolta indifferente. Una dimensione dalla quale l’adulto – divenuto tale attraverso una frattura, un vero e proprio trauma – è costretto a staccarsi.

Crescere non vuol dire dimenticare, né sopprimere, né tantomeno rifiutare. Il dolore attraverso il quale si passa da uno stadio all’altro, tramite quella che è un’effettiva metamorfosi, va tenuto a mente; va attraversato, sopportato, provato, toccato; a volte è temuto, odiato, altre masochisticamente ricercato, forse perché assimilato ad una condizione necessaria, in qualche modo perfino domabile, che ci fa illusoriamente pensare di poter avere potere e controllo su qualcosa di tanto ingestibile. Alla fine dei conti, però, il dolore va semplicemente accettato.

Il “triste silenziodi cui parla Kerouac è quello nel quale ognuno, prima o poi nel corso della propria esistenza, in mezzo alle centinaia di migliaia di giorni frenetici che la costituiscono, è obbligato da qualcosa più grande di sé a ritrovarsi.

Nessuna distrazione, nessuna via di fuga è possibile davanti a quel momento di fragile e cruda consapevolezza: che ci sono, cioè, cose a cui dire addio. Momenti, gesti, colori, luoghi, abitudini, perfino strade ad occhi esterni insignificanti che vanno lasciati andare.

Il tempo, l’incessante trascorrere di giorni, stagioni, fasi, ci elude, ci scivola tra le dita, ci mastica nella sua brutale e fagocitante corsa, ma è anche capace di avvolgerci con dolcezza, di rassicurarci quasi maternamente con una forza che raccoglie e riassume il tutto in una semplice coscienza: tutto passa. Nel bene e nel male, se possa mai essere possibile usare tali categorie, tutto passa. Dimenticarsi di riconoscere la bellezza di questa misteriosa operazione è solo frutto di una prospettiva mancata.

Alle radici che si è costretti a lasciarsi alle spalle corrispondono radici di cui non ci si potrà mai liberare: Kerouac lo spiega bene nel poemetto Sono figlio di mia madre, nel quale ogni ruolo, ogni impostazione sociale, ogni altra identità preordinata viene declassata da un’essenza imprescindibile, eterna, nuda ed essenziale: “sono figlio di mia madre”.

La terra, invece, è sua nonna: gli ha dato il seme del nome, della personalità, dell’aspetto, del carattere, dello spirito. Gli ha dato un mondo naturale insieme al quale convivono le sue scelte. Gli ha dato un modo di alzare il mento, di chinare le spalle, di continuare a camminare.

Le due essenze si mischiano: madre e terra, il punto di partenza dal quale tutto ha origine, un passato che non se ne andrà mai, che scorre nelle vene come ramificazione arcaica, l’unica costante che resta sempre e accompagna fino all’attimo dell’ultimo respiro, anche quando qualsiasi altra manifestazione dell’io viene meno. C’è sempre qualcosa che non si smette mai di essere: tra queste, un figlio; ed è questa proprietà irreversibile e primordiale che non va mai dimenticata o perduta, ma in nome della quale è fondamentale perdonarsi e perdonare, memori di volta in volta della sua più profonda fragilità.

In Carestia per il cuore il perdono prende la forma di un moto dilagante e olistico rivolto alla vita. Conscio di non poter in alcun modo dissolvere il dolore che questa dona ad ogni uomo, fino a giungere all’estremo e ultimo canto d’addio, Kerouac si risolve di abbracciarlo: la vita è amara bellezza. La vita è brutale dolcezza. Ma è tutto quello che abbiamo.

Gli uomini dal cuore affamato non possono non rendersene conto, né sottrarsi alla sofferenza di cui ogni tenerezza chiede loro di pagare lo scotto; possono, invece, lasciare che le proprie lacrime lavino via ogni cosa, ogni crudeltà subìta, ogni cattiveria commessa, ogni parola sbagliata e feroce, ogni inquieto e spietato silenzio. Possono, poi, tentare di amare ciascuno di questi dolori, per trarne i giusti insegnamenti, per godere del calore che tramandano, per ritrovare una strada da percorrere in cui non esistono più buoni o cattivi.

Qualsiasi cosa, purché non vada perduta quella scintilla situata nelle piccole fessure delle ossa di ciascun uomo, quella forza e linfa vitale che fa da balsamo e talvolta da veleno; qualsiasi cosa, purché l’apatia soccomba.

L’inno alla vita è l’unica litania da ricordare, ancor prima di qualsiasi morale, regola, legge o giustizia, e l’unica per cui valga la pena mantenere una voce: muoversi, guardare, osservare, domandare, mettere in dubbio, avventurarsi, partire, lasciare, lottare, gridare, cercare, restare ingarbugliati, prendere granchi, cadere, capitolare, claudicare, sbagliare, avere torto, avere fame, scoprire i segreti del mondo, trovare la meraviglia. Vedere, cercare, indagare, amare la Bellezza. Non perdere neanche un istante.

È questo il ritmo della marcia incalzante che Kerouac suggerisce al suo lettore, un cangiante corteo di colori, intenzioni, vitalità, risate e pianti che gridano al movimento febbrile e frenetico di un’esistenza votata alla continua attività.

Vanessa Di Pietro

Una risposta a “Jack Kerouac: la vita secondo uno scrittore dal cuore affamato”

  1. Bravissima complimenti

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