L(‘)otto per il dieci

L’esperienza scolastica dei giovani e delle giovani è uno dei momenti fondamentali e più significativi del loro processo di crescita: è il periodo durante il quale si trascorrono molte ore in un ambiente collettivo e comune, avendo in questo modo la possibilità di stringere amicizie importanti, scoprire lati del carattere proprio e altrui, sperimentare in ambiti diversi. Di questa esperienza fa parte anche il voto, che costituisce il metro di valutazione della preparazione e della formazione degli studenti. Il voto non è un semplice numero, bensì implica una serie di elementi che, nel bene o nel male, hanno un impatto su chi lo riceve. Il voto, che soprattutto negli anni delle superiori possiede una seria valenza, ha il significato di un giudizio espresso da una figura autorevole e molto spesso influenza la percezione che lo studente ha di se stesso e del proprio rendimento.
Per la mia riflessione, ero interessata ad avvicinarmi alla percezione diretta degli studenti, perciò ho voluto intervistare i miei colleghi e le mie colleghe di redazione, sottoponendo loro delle domande, rispetto a uno degli aspetti del voto: l’eccellenza. Se esiste, che cosa significa, con quanta facilità si raggiunge, perché è importante. Ho dunque collaborato con Ginevra (16 anni), Sofia (16 anni), Aurora (17 anni), Michela (17 anni), Francesca (19 anni), Chiara (19 anni), Alessandro, (19 anni), Federico (19 anni), Jonathan G. (19 anni), Jonathan L.N. (20 anni). Ginevra, Aurora, Michela, Jonathan G. e Jonathan L.N. provengono dall’Istituto Cine-tv Rossellini di Roma; Sofia dal Liceo linguistico Antonio Rosmini di Rovereto; Francesca, Chiara, Alessandro e Federico si sono già diplomati, ma hanno ugualmente contribuito alla mia ricerca condividendo la loro esperienza pregressa.
La prima effettiva domanda che ho posto loro riguarda la valenza dei voti: questi dovrebbero valutare la performance singola dell’interrogazione o del compito, oppure il rendimento complessivo? Le loro risposte sono state molto diverse. Alcuni di loro, come Michela, Francesca, Alessandro e Jonathan L.N, ritengono che il voto debba valutare esclusivamente la singola prestazione, senza che il rendimento generale dello studente possa influire sull’esito. Jonathan G. crede invece che i voti debbano essere assegnati prendendo in considerazione il rendimento complessivo, per evitare di valutare una persona per il numero di errori commessi durante un compito o un’interrogazione. Altri, come Ginevra, Sofia, Aurora, Chiara, Alessandro e Federico, sono maggiormente improntati verso una “via di mezzo” tra il rendimento complessivo e la singola performance, in modo da rispecchiare in maniera più complessa e sfaccettata la preparazione di uno studente, fornendogli così l’opportunità di ottenere un voto onesto, naturale e non forzatamente oggettivo. Emerge dunque l’importanza dell’impegno, della costanza e della partecipazione degli studenti, tutti elementi che dovrebbero essere tenuti in considerazione nel giudizio riguardo il rendimento. In questo senso, uno studente notoriamente perseverante nel suo studio potrebbe essere aiutato e incentivato a impegnarsi anche a dispetto di un rendimento non completamente soddisfacente, a riprova del fatto che esiste una moltitudine di fattori, da considerare all’interno del voto, che prescinde dalla mera oggettività numerica.
La domanda successiva si concentra poi sul voto 10, in particolar modo rispetto alla difficoltà o meno di ottenere l’eccellenza a seguito dell’impegno nello studio. La maggior parte dei ragazzi è riuscita a ottenere questo voto, considerato il voto dell’eccellenza, attraverso uno studio approfondito e personalizzato, cioè fatto proprio e interiorizzato tramite una forte comprensione. La testimonianza di Chiara è quella che in questo frangente ha destato particolare attenzione in me, poiché ha rispecchiato un aspetto che intendevo sottolineare con la domanda che ho posto. Secondo la sua esperienza, infatti, al liceo il 10 è un voto raro, se non impossibile; questo perché spesso non viene nemmeno considerato, venendo sostituito invece dal 9 o dall’8 a seconda del docente. Poiché il voto limite è talvolta 9 e prendere un 9 equivale all’eccellenza, questo sostituisce completamente la funzione del 10. In quest’ottica, si potrebbe dire quindi che per quanto sia impossibile ottenere un 10, è assolutamente possibile ottenere l’eccellenza.
Questa testimonianza ha colto in pieno l’essenza della mia domanda, e più in particolare della mia riflessione: a tal proposito, infatti, emerge la tendenza da parte di molteplici insegnanti a frenare, in qualche modo, il rendimento degli studenti, attribuendo loro voti che non vanno oltre l’8. Questa inclinazione può implicare il rischio di demotivare gli studenti anziché incentivarli, alimentando in loro il pericoloso e controproducente punto di vista per cui raggiungere l’apice del rendimento è impossibile.
Al riguardo, ho chiesto ai miei colleghi e alle mie colleghe cosa pensassero di questo limite delle votazioni: tutti hanno tendenzialmente riconosciuto la problematicità di fermarsi a un voto che non sia il 10, convinti che la scala numerica di riferimento delle valutazioni, quella che appunto parte dal 2 e finisce al 10, sia un elemento più negativo che positivo. Tale scala dovrebbe infatti essere pienamente rispettata, per permettere agli studenti di raggiungere una buona media dal punto di vista matematico e di sentirsi apprezzati e stimolati dal punto di vista più prettamente umano. Aurora, a tal proposito, ha sottolineato il coinvolgimento personale dello studente e le implicazioni negative sulla sua autostima e sulla percezione di sé, che possono avere delle valutazioni incomplete o approssimative. D’altro canto, Federico ha fornito un punto di vista diverso ma in qualche modo complementare, capace di accettare la possibilità che certi voti non vengano concessi e anzi utilizzando tale difficoltà proprio in maniera formativa e pedagogica, prendendola come un’opportunità per dimostrare, alla lunga, costanza, impegno e interesse.
Rispetto alla scala dei voti, era importante per me anche capire la percezione dei voti intermedi, sia in termini di “mezzi voti”, sia in termini di votazioni che si restringono a un raggio che va dal 4 all’8. I ragazzi hanno risposto in maniera variegata alla mia domanda, della quale ho intenzionalmente lasciato libera interpretazione, e hanno fornito comunque delle risposte interessanti: tutti loro infatti auspicano nel miglior modo possibile una elasticità nelle votazioni, che possa sia incentivare lo studente a fare di più sul breve termine, sia permettere un miglioramento sul lungo termine. È a ogni modo importante ricordare, come molti di loro hanno sottolineato, che il voto è un abito esterno, un giudizio che non può raccogliere in alcun modo la complessità e i diversi aspetti dello studio e della passione – o della loro assenza – da parte dei giovani.
L’ultima domanda che ho posto riguarda la valenza e il significato del voto 10: è una motivazione ulteriore per continuare a impegnarsi oppure può provocare l’effetto opposto, cioè la condizione di adagiarsi e diminuire lo studio? La risposta, su cui più o meno si sono trovati d’accordo tutti, è che ricevere una votazione così alta costituisce una spinta e un incentivo forte, capace di rafforzare l’umore e l’autostima dello studente. Rendere impossibile prendere 10, invece, è molto più problematico, e disincentiva a dare il meglio di sé. Riconoscere l’impegno dello studente risulta essere fondamentale, perché lo sprona a impegnarsi spontaneamente, a creare delle sane e ambiziose aspettative, a fare affidamento sulla passione. Soprattutto quest’elemento, peraltro, fa perno sull’etimologia dello studio: lo “studium” è infatti la passione, l’atto di aspirare a qualcosa, di applicarsi attivamente per raggiungere un obiettivo. Tutto ciò è di vitale importanza ed è imprescindibile, e costituisce inoltre la marca fondamentale dell’insegnamento e della formazione. A mio parere, si tratta del compito più importante e più difficile dell’insegnante, a cui viene affidato l’inestimabile e sensibile incarico di spronare lo studente ad avvicinarsi al sapere, alla conoscenza, non in senso esclusivamente pratico e razionale, limitato al mero svolgimento di un dovere, ma anche interiore e profondo.
In conclusione, tutte queste risposte permettono di entrare in contatto con diversi punti di vista e diverse esperienze, tutte personali e tutte molto preziose, e per questo ringrazio i miei colleghi e le mie colleghe per la loro partecipazione. Personalmente credo sia molto importante fare affidamento sulle parole dei giovani, fermarsi e ascoltarli, tentare di capire il loro punto di vista, così come costruire e nutrire la loro autostima e la fiducia in sé stessi, attribuendo loro il merito necessario e riconoscendone il valore, anche – ma non esclusivamente – assegnando l’eccellenza sotto forma del voto 10. In questo senso, la prospettiva pedagogica e formativa non si estingue all’esperienza racchiusa nelle mura della scuola, ma si riferisce invece al più universale percorso di crescita degli adolescenti e dei ragazzi.

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