Nel fantastico e imperfetto mondo della Signora Maisel

Miriam Maisel, soprannominata Midge, è, sulla carta, la moglie perfetta: mai disorganizzata, mai in ritardo, mai un capello fuori posto. È puntigliosa, precisa, sempre attenta a ogni singolo dettaglio, sempre pronta a soddisfare i bisogni del marito. È sempre bella: e questo, alla fine degli anni Cinquanta, il periodo storico in cui è ambientata la serie televisiva, è fondamentale. Essere bella è, per lei, quasi un impiego; ogni giorno alla stessa ora prende le misure del proprio corpo, le appunta con dovizia e dedizione su un piccolo quaderno destinato da anni a questo stesso scopo.

Ogni sera si corica insieme al marito, perfetta e impeccabile come sempre: il viso truccato, i capelli acconciati, il profumo sulla pelle. Poi, quando lui si addormenta, lei si alza, va in bagno, si applica i bigodini, la crema anti-rughe. Il mattino seguente, prima che il marito si svegli, Midge corre in bagno, si trucca, si pettina, spruzza il profumo, poi torna a letto giusto in tempo perché la sveglia suoni. Così, da sempre. Qualsiasi cosa per compiacerlo, per continuare sempre a soddisfarlo. 

Suo marito Joel sembrerebbe un uomo molto fortunato per avere al proprio fianco qualcuno che si prodighi così tanto per essere ai suoi occhi sempre perfetto, sempre ineccepibile, sempre totalmente e irrimediabilmente desiderabile.

Non solo: una moglie che è sempre lì per lui, lo ascolta, si prende cura di lui e dei loro figli, lo supporta nel suo sogno di diventare un comico; appunta – di nuovo, a indice del suo desiderio di tenere sotto controllo ogni situazione – quali delle sue parole fanno ridere il pubblico e quali lo lasciano più interdetto. Eppure non è ancora abbastanza. Proprio durante il primo episodio Joel confessa a Midge di avere una relazione con la sua segretaria; le dice che vuole andarsene, riempie una valigia e se ne va.

Questo è il motore che darà avvio alla vicenda narrativa della prima stagione della serie. La facciata della perfetta casalinga dell’Upper West Side di New York crolla, lasciando intravedere le crepe dietro di sé. Difatti, ubriaca e abbandonata, Midge torna al locale in cui suo marito ha tentato di esibirsi; in preda alla rabbia e al risentimento, nonché all’amarezza, la donna regala al pubblico una dissacrante, divertente, pungente performance di stand-up comedy. Qui, per la prima volta, il suo personaggio acquista finalmente tridimensionalità: non è soltanto una moglie-trofeo di cui vantarsi, sempre pronta a compiacere il proprio uomo. È, invece, una giovane donna insicura eppure determinata, pacata eppure capace di volgarità.

Con l’avanzare della vicenda – e degli episodi – Midge si trova a combattere una varietà di ostacoli: gli stereotipi di genere, facendolo con estrema classe e pungente franchezza; le disparità sociali, in quanto giovane donna separata; la percezione che ha di lei la sua famiglia; gli occasionali fallimenti nel nuovo e ancora sconosciuto universo della stand-up comedy, terreno – come molti altri – dominato quasi esclusivamente dagli uomini.

Proprio le sue performance comiche e al contempo riflessive permettono di dipingere il ritratto di una società, quella degli anni Cinquanta, che, seppur con modalità diverse, rievoca reminiscenze della società odierna. Una società in cui una donna è costretta a faticare doppiamente, in cui una madre deve essere necessariamente dotata di istinto materno, e di conseguenza votata esclusivamente all’accudimento e alla cura della casa. Una società, infine, in cui la giovane Midge si districa non senza incespicare, dotata tuttavia di spiccata intelligenza, irriverente ironia e abile dinamismo.

La prima stagione della serie si dimostra capace, dunque, di tratteggiare con maestria una protagonista imperfetta, e per questo umana, in cui lo spettatore può rivedersi, ma che può anche rimproverare, talvolta non condividendo le sue scelte.

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