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Sylvia Plath: nel mare della tristezza

da 27 Gen 2023In primo piano0 commenti

Sylvia Plath pubblica “La campana di vetro” nel 1963 e un mese dopo si toglie la vita con un gesto disperato a causa della depressione che l’aveva accompagnata fin dalla giovane età. 

Nel suo unico romanzo l’autrice racconta in chiave autobiografica la storia di Esther Greenwood, giovane e brillante studentessa che svolge un tirocinio presso una rivista di moda newyorkese. Ci troviamo a New York nel pieno degli anni ’50 e il lettore respira fin dalle prime pagine l’atmosfera scoppiettante che circonda la protagonista. La vita di Esther è caratterizzata da frequenti eventi mondani, come sfilate e cene di gala, ma nella dinamica e vivace vita borghese la protagonista non si ritrova. L’America degli anni 50 le sta attorno come una campana di vetro che la soffoca e la isola facendola sentire come ‘un cavallo da corsa in un mondo senza piste’. Esther non riesce ad inserirsi nel contesto sociale, in cui vigono regole relazionali e sociali che può solo fingere di comprendere. Ciò è chiaro al lettore fin dalle prime pagine, quando Esther ammette di provare pietà verso i coniugi Rosenberg, accusati di spionaggio e condannati a morte, mostrando in questo modo il suo atteggiamento anticonformista. 

Nonostante il clima apparentemente frivolo dei primi capitoli, l’inadeguatezza di Esther lascia intendere molto di più: nel rimettere in discussione le regole comportamentali e morali della società la protagonista affronta un percorso di regressione psicologica che sfocia nella pazzia. 

Esther soffre infatti di una forma acuta di depressione, che la porterà a tentare il suicidio. La campana di vetro distorce la visione del mondo della protagonista imprigionandola nella malattia mentale: “per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota, e che è bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno”. Non è infatti un caso che alla protagonista del romanzo venga spesso sovrapposta la figura dell’autrice e il romanzo venga letto in chiave autobiografica. 

La campana di vetro è un libro doloroso. Leggerlo significa assistere impotente al progressivo scivolamento verso il fondo della protagonista, raccontato con agghiacciante semplicità. Il dramma sta nel fatto che tra Esther e il lettore si crea una barriera che impedisce una profonda comprensione dei suoi comportamenti, alterati dalla malattia. Allo stesso tempo però Sylvia Plath è in grado di restituire con una chiarezza disarmante determinate sensazioni comuni alla vita di tutti noi, attaccando involontariamente l’interiorità del lettore ed esponendo in maniera così semplice le sue insicurezze e i suoi dubbi più profondi. 

L’esempio più famoso è sicuramente la metafora dell’albero del fico, che descrive perfettamente la sensazione di impotenza provocata dall’indecisione rispetto alle scelte determinanti che inevitabilmente ognuno di noi è costretto a fare. Esther vede la sua vita diramarsi come un albero di fico, in cui ogni frutto rappresenta un possibile futuro meraviglioso che la attende. Come se fosse seduta sotto l’albero, la protagonista è angosciata dall’indecisione rispetto al fico da cogliere, consapevole che sceglierne uno vuol dire rinunciare agli altri. Incapace di decidere, i fichi marciscono, cadendo a terra mentre Esther muore di fame. 

Questa immagine emblematica racchiude perfettamente le sensazioni di inquietudine e sofferenza che bisogna affrontare nella lettura de La campana di vetro, una storia capace di segnare profondamente il lettore ma anche di insegnare tanto, offrendo un punto di vista tanto straziante quanto singolare.

Emma Foraboschi

Emma Foraboschi

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