La redenzione nel cinema di Lars von Trier I: Le Offese

L’articolo contiene SPOILER. Si presuppone (o si consiglia) la visione dei film citati.

Giovani ali di crisalidi tarpate dalla stretta di un pugno, cuori d’oro indotti a una precoce fusione, bianche vesti macchiate da uno sfondo nero. Sono le Offese, ultime depositarie di un’umanità perduta, uniche superstiti di quella specie che avrebbe dovuto davvero cambiare le cose, ma è diventata una pessima copia delle sue brame più recondite: cinica dominatrice di un mondo destinato all’annichilimento. Antimuse del regista danese Lars von Trier, le Offese sono creature primigenie, innocenti, inermi di fronte alla contaminazione della propria purezza, incapaci di riconoscere il male: anime disinteressate in un mondo d’interessi…

Bess McNeill

Protagonista del lungometraggio “Breaking The Waves” del 1996, Bess McNeill (Emily Watson)  affronta l’esperienza della vita con il candore e l’ingenuità di chi preserva le proprie sfumature dal grigio tessuto in cui vive. La sua fede sincera, la commozione profonda che suscitano in lei gli eventi esterni, i suoi modi naturali (vicini più all’agire della Natura che alla meccanizzazione umana) la rendono una creatura buona (Dal latino bonus, a sua volta derivante probabilmente dal sanscrito divonus, la cui radice significa splendere), unica luce in un mondo buio, che splende anche se tutto cerca di oscurarla. L’amore per Jan (Stellan Skarsgård), concretizzatosi nel matrimonio, farà emergere le precarietà psicologiche di Bess, dilaniata da continui attacchi di panico, e del marito: l’uomo, a seguito di un incidente sul lavoro, viene ridotto in stato vegetativo e, in pieno delirio, costringe la moglie a prostituirsi: in tal modo le nega l’autonomia sessuale, proprio come lui stesso era stato privato di quella fisica. Nell’epilogo straziante Bess, ormai macchiata dagli ignobili crimini della promiscuità e della blasfemia, lapidata ed emarginata dai suoi bigotti concittadini, compie l’estremo sacrificio, lasciandosi morire a seguito di un sanguinoso stupro. In tal modo la luce affioca progressivamente, fino a spegnersi, lasciando il mondo nella sua gelida oscurità.  È questo il destino degli esseri puri, incapaci di appartenere: adempire alla morale creata per loro dal mondo esterno, costretti al compromesso o all’estinzione. Ma il regista è profondamente commosso dalle tragiche vicende di Bess. Il Cinema permette sempre la redenzione, specialmente quello destrutturato e anarchico di von Trier, attraverso il tradimento dell’immagine: la genesi di un’illusione non fine a sé stessa, bensì destinata alla messa in scena davanti a milioni di occhi, che cercano la realtà ideale, quella che dovrebbe essere.

Nell’ultima scena, le campane, assenti nella chiesa della cittadina, risuonano nel cielo plumbeo, mentre un Jan annientato, vittima della malattia, abbandona il corpo profanato della ragazza alle onde del destino, le stesse che dominano sempre la scenografia. Le stesse che Bess, con il suo inusuale modo di affrontare la vita, ha finito per rompere.

Selma Ježková

Nel film “Dancer in the dark” (2000), Lars von Trier mette in scena il dramma umano in tutta la sua crudele paralisi. L’Offesa Selma, limpido scrigno di un cuore d’oro, viene progressivamente privata, a causa di una malattia, dell’uso della vista, la convenzionale lente di lettura della realtà. La cecità le permette di sviluppare una personale percezione delle cose, basata sulle corrispondenze tra rumori esterni e note musicali. Un buio non così tanto oscuro, in cui poter danzare in libertà. Tumulata nell’opprimente frastuono della fabbrica, travolta dal corso degli eventi, accecata dal duro meccanismo della vita, Selma viene prima derubata dei risparmi accumulati per il figlio (le viene, in tal modo, negato il sacrificio) e infine, come nell’ultimo, straziante, discendente movimento di una sinfonia, accusata di omicidio e impiccata. Proprio come la piccola Netočka Nezvanova, dall’omonima opera di Fëdor Dostoevskij, Selma rimarrà sola, abbandonata alla propria ingenuità, incapace di accorgersi della propria offesa. L’incompiutezza del romanzo, a causa dell’arresto dello scrittore, permetterà però a Netočka una redenzione futura, mentre il destino di Selma è più accostabile a quello di un altro personaggio dostoevskiano, la Nelly di “Umiliati e offesi”, la cui morte costituirà una liberazione da un mondo di odio, rancore e sofferenze. Ma Selma perdonerà ogni suo offensore, spegnendosi con innocenza. Ed è forse questo il motivo per cui la sua morte addolora molto di più di quella di Nelly, di Bess o di qualsiasi altra Offesa.

Grace Mulligan

Città di cani che si atteggiano da brave persone, Dogville è una delle ultime roccaforti del male: un luogo scarno, oscuro, dove le pareti perdono la loro consistenza; dove ognuno non desidera nulla, pur avendo bisogno di tutto. La scenografia, mai come ora così scarna e abbozzata, mostra l’interno delle abitazioni, e anche degli abitanti, distruggendo il mistero che caratterizza e dona profondità a ogni vita umana. In questa fortezza di Ultimi Uomini, giungerà la pura Grace Margaret Mulligan (Nicole Kidman), in fuga da un passato violento. Inizialmente accolta con benevolenza, la ragazza verrà progressivamente offesa, abusata e prosciugata dai “cani” che dimorano nella città, fino a perdere ogni qualità umana. Nell’epilogo devastante, attraverso una meravigliosa sequenza, viene messa a nudo la miserabile doppiezza dei cittadini, immobili di fronte all’arrivo del padre di Grace, gangster di spicco. La fanciulla, combattuta tra la pietà e i fumi dell’odio, accetta la proposta del padre: la città viene data alle fiamme e gli abitanti brutalmente sterminati. Grace riesce dove avevano fallito sia Bess che Selma: perpetua la vendetta, sopravvive alla furia e alla paura del mondo, agli occhi del quale è un’estranea, risollevandosi: contemporaneamente accetta, suo malgrado, il compromesso, trasformandosi in un giustiziere senza rimorsi: “Se c’è un paese senza il quale il mondo vivrebbe meglio, è proprio Dogville”. È questo il dilemma alla base del pensiero e delle immagini di von Trier, ricorrente in opere successive, come “Nymphomaniac” e “The House That Jack Built”: è giusto assecondare la propria natura e il proprio essere, anche se ciò significasse trascendere ogni attributo etico e sociale? È possibile, quindi, rifiutare di “essere umani” per tornare a essere “umani”?

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