La regina degli scacchi: un sentiero tra le caselle

Le grandi storie non possono che essere quelle umane. È questo ciò che appassiona chiunque le legga, le guardi, le ascolti. Di fronte a personaggi ideali in situazioni improbabili, al di fuori della portata dello spettatore, egli si sente divertito, distratto, ma non coinvolto. Non arriva a chiedersi, alla fine della storia, pervaso dall’amarezza, cosa l’abbia spinto a perdersi in quello schermo nero o in quella pagina bianca, con un sorriso malinconico sulle labbra e dispiaciuto per non averlo vissuto in prima persona.

“La regina degli scacchi”, nuova esclusiva di casa Netflix ideata da Scott Frank e Allan Scott, e basata sull’omonimo romanzo di Walter Tevis (1985), non fa eccezione. La miniserie segue le vicende dell’orfana Elizabeth Harmon, bambina prodigio, e del suo sogno di conquistare il titolo di Gran Maestro, che la porterà a scontrarsi con i più temibili scacchisti al mondo.

Lo sguardo è il protagonista indiscusso della narrazione. Uno sguardo complice e ingenuo, lucido e alterato, che dona enigmaticità e inquietudine alla figura di Elizabeth, interpretata dalla magnifica Anya Taylor-Joy in una suggestiva alternanza tra la sua gelida e dispotica Gina Gray vista in “Peaky Blinders” (Steven Knight) e la misera e impotente Thomasin di “The Witch” (Robert Eggers).

Gli amici di Elizabeth, gli scacchisti Townes (Jacob Fortune-Lloyd), Harry Beltik (Harry Melling), e Benny Watts (Thomas Brodie-Sangster) tentano in tutti i modi di indicare alla ragazza l’ingresso nel mondo, scontrandosi più volte con la sua apatica resistenza, determinata dall’assenza di affetto sin dalla prima età. Solo nelle puntate finali la bambina prodigio, ormai cresciuta, sarà pronta ad accettare il loro aiuto, che si rivelerà decisivo.

Gli scacchi, presenza costante nella serie, silenziosi spettatori, amici fidati, segreti amanti, sono qualcosa di più di una semplice passione: dolore e forza, caduta e ascesa, sconfitta e trionfo. La candida mano di Beth che stringe i pezzi, le scacchiere che appaiono sul soffitto, i cronometri che scandiscono il tempo rappresentano gli unici eventi, all’interno della serie, che non sfuggono al controllo della ragazza. In questo modo Beth può attribuire vittorie e fallimenti esclusivamente a se stessa, alla sua preparazione, al suo stato emotivo, e non a privazioni o misconoscimenti esterni.

Nessuno ha insegnato a Elizabeth a porsi domande. Nessuno le ha indicato strade diverse da quelle che lei stessa, rimasta più volte sola, ha dovuto intraprendere. La dolorosa scoperta dell’adolescenza, il violento scontro con i suoi coetanei, gli scenari spaesanti dell’amore hanno indurito il suo cuore fragile, sempre in balìa degli eventi, impotente di fronte alle ingiustizie e mutilato dalle sofferenze. 

“Un giorno lei giungerà ad una stretta tra le rocce, dove il flusso della vita s’infrangerà in un vortice tumultuoso e schiumeggiante e allora o lei finirà sbriciolata su quelle cime scabre, oppure, sollevata da un’onda potente, si troverà a fluttuare in acque assai più calme, come è accaduto a me.”

Charlotte Brontë, Jane Eyre

Per questo Vasily Borgov, l’ultimo grande sfidante di Elizabeth, non incarna semplicemente l’autorità maschile su cui l’autonomia femminile deve trionfare: è l’avversario più adatto a lei, poiché entrambi sono orfani del mondo, abbandonati e costretti a trovare, tra quelle 64 caselle, la vita che è stata loro sottratta e che nessuno aveva permesso loro di scegliere.

Non a caso a Beth non interessano i pezzi, quanto la scacchiera in sé. Quella ipnotica alternanza di bianco e nero, quella disarmante molteplicità di situazioni non poco si adattano alla sua vita senza certezze, dove ogni equilibrio è destinato a spezzarsi, dove persino l’amore non sembra trovare posto.

Una regia interessante e una narrazione viscerale (sebbene legate a doppio filo al linguaggio classico del moderno cinema americano) ci introducono in un mondo livido, disilluso, maschilista e privo di ideali, accarezzato da una variegata colonna sonora. Gli ambienti, ricostruiti perfettamente secondo i dettami dell’epoca, hanno sentimenti propri grazie alla notevole e delicata fotografia.

Con il suo disarmante realismo, la sua cura nell’immedesimarsi nelle dinamiche umane, “La regina degli scacchi” si dimostra uno dei più meritevoli e pregevoli prodotti usciti negli ultimi anni. Una serie che mostra senza troppa confidenza, ma nemmeno chiudendo completamente la porta dell’intimità, la storia di una bambina, dei suoi capelli rossi, della sua fame e della sua evoluzione in una donna realizzata, cosciente dei suoi desideri, dei suoi spazi e della sua natura, come mostrato nel meraviglioso finale. 

E state pur certi che, dopo i titoli di coda, avrete sicuramente voglia di riassemblare la vostra polverosa scacchiera, magari stringendo con maggior vigore e consapevolezza quel pedone bianco e spostandolo in avanti, di due caselle, in una perfetta apertura siciliana.

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