L’alienista: intrighi di sangue

“Nel diciannovesimo secolo si pensava che le persone affette da malattie mentali fossero alienate dalla loro vera natura. Gli esperti che le studiavano erano pertanto noti come alienisti”

Inizia così “L’alienista”, serie TNT distribuita da Netflix e diretta da Jakob Verbruggen, basata sull’omonimo romanzo di Caleb Carr. Mettendo subito le cose in chiaro, ci trasporta, a seguito di un incipit ambiguo e intrigante, nelle gelide e oscure strade di una New York messa in ginocchio dall’improvviso sviluppo industriale di fine Ottocento, dai conflitti ideologici e dalle sempre più atroci manifestazioni della crescente criminalità.  

Questo è il contesto in cui si muove il dottor Laszlo Kreizler (Daniel Brühl), alienista di fama internazionale, chiamato dal commissario Theodore Roosevelt (sì, esatto, proprio QUEL Theodore Roosevelt) per indagare su una serie di brutali omicidi. Affiancato dall’amico di lunga data John Moore (Luke Evans), illustratore e giornalista del New York Times, e dalla gelida e ostinata poliziotta Sarah Howard (Dakota Fanning), Laszlo seguirà le orme insanguinate di un assassino efferato e astuto, attraverso i bordelli, i vicoli e le camere dell’alta società, allo scopo di comprenderne la mente malata e di fermare la strage. 

Fumosa, avvelenata, fetida: l’imponente metropoli americana, simbolo della limpidezza del sistema liberale, del popolo che da lì a qualche decennio dirigerà ogni aspetto del mondo, è teatro di efferate mutilazioni a danno di giovani ragazzi, dediti alla prostituzione minorile, opera di un misterioso assassino. Fioche luci a gas danzano tremolanti su strade caliginose, macchiate di sangue, vomito e inconfessabili segreti. New York non è mai stata così complice delle sue disgrazie, degli intrighi, delle ingiustizie. Raffinate di giorno, con gli ombrellini delle dame e le carrozze lucenti, le strade assumono, sulla bass’ora, sfumature mefitiche e spettrali, accogliendo malintenzionati e malcapitati. Una dicotomia distintiva delle grandi città in via di sviluppo, dai contorni incerti e difformi: basti pensare alla sfacciata doppiezza della Londra vittoriana, fotografata appieno ne “Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde” di Robert L. Stevenson, alle sue “charter’d streets” e alle sue “mind-forg’d manacles” che stringono a sé gli spaesati cittadini (William Blake, London).

Laszlo Kreizler è un uomo di scienza, che studia la mente come un composto chimico o un fenomeno naturale; ma è anche un idealista: le azioni più riprovevoli celano sempre una sofferenza, uno scompenso, una disfunzione, che va individuata, studiata e compresa. Il comportamento umano non può essere ridotto a una condanna o un’assoluzione, una cella o un’esecuzione capitale, quanto a precise motivazioni sprofondate nell’inconscio, il livello più profondo dell’invisibile. Laszlo è infatti un sostenitore della nascente psicoanalisi e dello studio della mente in una prospettiva psicodinamica: le sue idee portano risatine, scetticismo e profonda indifferenza nella pragmatica società di fine Ottocento. I suoi metodi per certi versi antiscientifici (nel senso all’epoca comune del termine) e il suo insaziabile interesse verso le aberrazioni della mente umana, lo rendono uno psichiatra atipico, “alieno” rispetto alle convenzioni. Alienazione che corrisponde, sul piano emotivo, al distacco dalle relazioni profonde, alla repressione di ogni sentimento e all‘incapacità di rapportarsi in situazioni “normali”, assieme a un passato doloroso che non smette mai di riaffiorare.

John Moore è un giornalista di successo, pienamente immerso nella società americana e nelle sue insane contraddizioni: di giorno frequenta la redazione del New York Times, i salotti facoltosi, i ristoranti dell’alta nobiltà; la notte sfoga i falsi sorrisi e le frasi di convenienza nelle sudice stanze dei bordelli. Sarah Howard, di contro, non possiede che una sola vita, quella che cerca di preservare negli squallidi corridoi del distretto di polizia, circondata da uomini dispotici e corrotti. Il suo sguardo indecifrabile, i suoi occhi gelidi e severi, mantengono sempre una sincera sfumatura di speranza. I tre si ritroveranno uniti nella caccia all’assassino, ciascuno mosso da una personale ricerca.   

Ciò che più colpisce, nel corso delle dieci puntate, è l’atmosfera gotica degli ambienti, ricreata sapientemente ispirandosi alle storie, in parte già citate, della Londra vittoriana (sebbene le riprese siano state effettuate a Budapest). La narrazione procede a ritmo aspro e sostenuto, senza lasciare respiro allo spettatore, mantenendo alta, in ogni momento, la suspense. La caratterizzazione dei protagonisti, sebbene notevole, risulta, nel complesso, oscillante e incerta: la lotta femminista della Howard diventa a tratti irritante e dominante, mentre il rapporto tra Lazslo e John ricorda spesso quello della coppia più famosa della storia del crimine: Sherlock Holmes e John Watson (Non a caso Francesco Pezzulli, doppiatore di Daniele Brühl, è anche la voce italiana di Benedict Cumberbatch nella serie BBC Sherlock). La perfetta dicotomia tra i personaggi di Arthur Conan Doyle è però assai lontana dalla relazione, spesso di dominanza/sottomissione, tra la mente geniale di Kreizler e le deboli, a tratti ridicole, azioni di Moore. Interessanti i contrasti della fotografia e moderata la regia, senza particolari picchi d’autore.

Tutto ciò vale per la prima stagione della serie, uscita nel 2018. La seconda parte, intitolata “L’alienista – L’angelo delle tenebre”, resa disponibile su Netflix a partire da 19 Luglio 2020, merita un discorso a parte: la narrazione enfatica, intricata, spietata, lascia il posto a una storia fiacca, seppur godibile, ma che si trascina stancamente, disperdendosi negli ultimi episodi e riprendendosi debolmente nel finale. Ciò che meno convince sono però i personaggi: la focalizzazione, a differenza della prima stagione, è totalmente sbilanciata in favore del vaporoso ma intenso rapporto tra John e Sarah, mentre Laszlo è quasi relegato a comparsa, con una sottotrama tutt’altro che coinvolgente. Un punto a favore l’interessante antagonista, carismatico e inquietante; meno convincenti le altre aggiunte al cast.  

Una serie moderna, ma che guarda anche al passato e alle atmosfere del periodo: un prodotto crime alternativo (ma non troppo), assolutamente da guardare se si è amanti del genere, ma anche se si è alla ricerca di una storia appassionante, coinvolgente e ben strutturata.

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