L’ospite inatteso – Parte I: Il nichilismo dei social network

Ogni grande invenzione ha in qualche modo contributo, nel corso dei secoli, al mutamento della coscienza e degli atteggiamenti collettivi. In ogni epoca l’essere umano, similmente a un serpente che perde la sua pelle, si è ritrovato faccia a faccia con nuovi e inattesi ospiti, dovendo così rinunciare alle sue precedenti abitudini, rivalutandole e mutandole. Sarebbe un’impresa ardua elencare la moltitudine degli ospiti inattesi che hanno scandito la storia dell’uomo. Pensiamo all’invenzione della ruota, della stampa, del telefono, della radio, della lampadina, della macchina a vapore, dell’automobile, e infine… del digitale, della rete, di internet. 

Per quanto tali scoperte siano avvenute coscientemente per mano dell’uomo, ognuna di esse, da un occhio esterno, sembra aver sempre avuto l’occulta capacità di imporsi come un’entità a sé stante: ha dimostrato di poter vivere di vita propria, di saper intrufolarsi nella quotidianità di ogni individuo, che quest’ultimo lo volesse o meno. Oggi possiamo renderci conto di come la digitalizzazione stia iniziando a incorniciare la vita di ognuno di noi. Ed è in particolare in questo contesto pandemico che la rete inizia a tramutarsi in un bene di prima necessità per poter mandare avanti la propria vita privata, sociale e professionale. Anche chi inizialmente tentava di estraniarsi da questo nuovo ospite ha infine voltato le spalle alla sua volontà, facendo sì che questi entrasse a far parte della propria sfera quotidiana. 

A differenza di molte altre innovazioni, però, la digitalizzazione sembra tutt’ora la più estrema, la più cruciale di tutte. Nel bene e nel male, i cambiamenti che hanno portato scoperte come la stampa o il telefono si sono dimostrati pur sempre proporzionali alle preesistenti condizioni della massa. Ma non per questo sono da sottovalutare. Potremmo definirle come le componenti dell’anticamera che gradualmente ci ha condotti a quella radicalizzazione di cui il dio della rete è l’artefice definitivo. Il nostro cieco vagare in enormi spazi bui sta iniziando a renderci incoscienti di come il possedere uno smartphone o un personal computer possa alterare in un batter d’occhio la nostra percezione delle cose. La nostra psiche è divenuta una misera entità percossa dalle continue turbolenze portate da quest’ospite inatteso. 

Ma ora entriamo nel piano pratico della nostra vita. 

Cos’è che la maggior parte delle persone, specialmente tra i giovani, fa ogni mattina quando si sveglia? Chiaramente controlla arditamente il cellulare e le notifiche delle varie app. Il risveglio mattutino è un momento in cui la mente, dopo un profondo distacco dal mondo esterno, si ritrova di colpo catapultata nel mondo della percezione vigile della realtà. Quando ci svegliamo siamo come dei bambini appena nati, ignari di come la propria mente possa plasmarsi, con la sola differenza  che abbiamo la memoria di un vasto vissuto. Rientrando in contatto con i riferimenti al nostro vissuto personale, in uno stato però non ancora pienamente cosciente, è automatico abbandonarsi a un frenetico flusso di coscienza che fatichiamo a controllare. Stabilito ciò, pensate quanto questo processo possa aumentare finendo con l’alterarsi, nel momento in cui i nostri innocenti occhi, non ancora del tutto schiusi, assorbono la seducente rete di dati incanalata in quello schermo tascabile. Le nostre percezioni vengono soffocate, la nostra mente assume una forma dettata dal bombardamento di informazioni digitali. Questo è il motivo per cui nella maggior parte degli adolescenti di oggi è diffuso questo perpetuo stato di ansia, di fretta nel vivere e di voler avere tutto all’istante. 

L’osservazione sull’atto di controllare il cellulare al risveglio, in ogni caso, non vuole certo essere una critica moralistica o di diffidenza verso la digitalizzazione della quotidianità. Esso è uno dei tanti esempi che si possono prendere in ballo per iniziare a porci delle domande coscienti: quando mi sveglio, il cellulare lo accendo all’istante per una mera necessità? Oppure sento il bisogno di tuffarmi il prima possibile in quello spazio che è diventato più importante della vita reale? 

Ed ecco che qui ci addentriamo nella presa di coscienza che gran parte delle nostre azioni, dei nostri slanci emotivi e cerebrali avvengono sotto l’influenza di un ibrido in cui sono racchiuse immagini e parole che, derivando dal mondo circostante, si rivelano poi estranee ad esso. 

Nel film “The Truman Show” la quotidianità diventa uno show dettagliatamente curato che gli altri possono guardare per passare il tempo.

E in questo gioca un ruolo fondamentale il mondo dei social network. Attualmente i massimi esponenti di questo universo sono Instagram e TikTok. In queste piattaforme ottengono un notevole spicco figure come influencer, cantanti, Youtubers, pagine di meme. Ognuna di queste figure trattiene delle determinate peculiarità che in maniera estremamente accelerata si addentrano nell’immaginario collettivo. Le suddette piattaforme, oltre che a lasciarci fruire queste eccellenti figure, ci permettono di interagire virtualmente con loro e di condividere il loro stesso spazio, seguendo i loro stessi interessi, le loro tendenze e le loro idee. 

Tutto questo, a lungo andare, può risultare piuttosto dannoso, specialmente in una società dove anche un bambino di tre anni si ritrova già con uno smartphone in mano, violentando lo spazio di noia dove questi inizia a sviluppare la sua creatività, come professa Umberto Galimberti. 

Compito fondamentale del social network è quello di sfornare degli idoli, dei modelli di vita preimpostati. Ciò senza dubbio copre dei notevoli vantaggi, come il loro essere portavoce di un salto generazionale, compito che nel corso dei secoli è stato affidato all’iconografia, alla pittura, alla fotografia o al cinema. Ma la modalità frenetica con cui vi entriamo in contatto può far sì che una mente fragile, non ancora decisa sul proprio futuro, inizi a compiere una corsa contro il tempo verso la realizzazione dei traguardi di successo che questi idoli professano. 

Le componenti del mondo virtuale, tuttavia, inizieranno presto a scontrarsi con la vita reale, dalla quale ci estraniamo. Ed ecco che il social network diventa uno specchio nero nel quale quotidianamente riflettiamo un’immagine costruita di noi stessi, atta solamente a celare un inferno fatto di ansie, di paure e di rabbia trattenuta. 

Nell’episodio “Caduta Libera” della serie Netflix “Black Mirror” il riscontro che riceviamo sui social diventa letteralmente un bene di prima necessità.

Sebbene il lockdown di marzo-aprile sia ormai passato, sarà capitato a molti di adagiarsi alla comodità di poter mantenere integro il rapporto con un amico o un partner tramite la chat di WhatsApp, senza così tanta necessità di incontrarsi di persona. 

Le nostre pulsioni sessuali o di auto affermazione, le nostre naturali debolezze, la voglia sconfinata di manifestare il proprio amore verso il mondo si sono tramutati in avatar fatti di codici e calcoli digitali. Tutto questo ci sta allontanando gradualmente dall’aurea luminosa che si estende attorno a ogni individuo, a ogni componente di questo illimitato e meraviglioso mondo monotono. 

Ma come fare allora a vivere il mistero della realtà in un mondo ormai eretto dalla digitalizzazione? 

(Continua)

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