L’ospite inatteso – Parte II: Smarrimento dell’attenzione

Nell’articolo precedente abbiamo riflettuto sul nebuloso condizionamento che il social network può provocare in ognuno di noi. Eppure l’ondata di digitalizzazione che ha avvolto il globo terrestre non si ferma solo a questo. Il social network non è altro che una canalizzazione digitale della relazione con gli altri, con il mondo intero. E la relazione con il prossimo è forse il punto più delicato, più condizionabile nell’essere umano, e filtrato dallo strumento digitale, esso può assumere un’alterazione ancor più gravosa e incontrollabile. 

Ma, come sappiamo, l’ondata della rivoluzione digitale si è frapposta in moltissimi altri settori, in tutto ciò che compone la nostra quotidianità: l’arte, la sua fruizione, il lavoro, gli hobby, lo sport e altro. Non si può negare che anche tutti questi campi abbiano subìto uno scombussolamento con l’avvento dell’era digitale; ciò che lo ha realmente subìto è stato in realtà il rapporto dell’uomo con tali attività. 

Una prova significativa di questo turbamento è l’innegabile nevrosi che pervade il nostro utilizzo di questi nuovi e inattesi strumenti. A moltissimi di voi sarà capitato di alterarsi, chi più chi meno, di fronte al malfunzionamento di un computer o di uno smartphone nel pieno di un’importante attività, come la scrittura di un articolo, la pubblicazione di un post, l’editing di una foto, il corso di una conference call ostacolata dalla debolezza della rete e così via.

Ma andiamo per ordine. È fuori da ogni dubbio che gli strumenti dell’era pre-digitale con cui praticavamo le nostre attività si adeguavano più facilmente al nostro controllo. Trattandosi di strumenti artigianali o analogici essi assumevano la totale aderenza alla nostra volontà. Si trattava di entità neutre a cui potevamo dare la “forma” che volevamo, poiché è dalle nostre mani che derivavano. Questo sicuramente richiedeva molto più tempo, molta più pazienza, ma proprio per questo vi erano, all’interno dell’atto pratico, una maggior cura e amore. Pensiamo al cinema, dove la realizzazione di una sola inquadratura poteva essere un’impresa, richiedendo molto più studio e perseveranza: di conseguenza molta più consapevolezza da parte dell’autore. 

Nell’utilizzo di strumenti digitali, un simile stato di attenzione si può indebolire molto facilmente. Sebbene l’apparecchio digitale sia pur sempre fabbricato da essere umani, esso diventa un’entità a sé stante che, nel futuro distopico di molti scrittori e registi, diventa una vera e propria intelligenza artificiale. Il nostro PC non è semplicemente uno strumento di cui ci serviamo. Esso è dotato di un’autonomia propria, è capace di compiere calcoli senza una nostra indicazione. A noi spetta il compito di guidarlo per portare a compimento quei risultati che solo l’uomo, per natura, può ideare e coordinare. L’apparecchio digitale può offrirci numerosi vantaggi, come l’accorciarsi dei tempi, l’immediatezza di un contatto a distanza, la minor fatica fisica che certi lavori esigono e così via. Ma è proprio in questo che bisogna fare molta attenzione. Tutto ciò può facilmente portare a una posizione passiva di fronte alla nostra attività. L’amore, la cura, l’attenzione che un tempo dovevamo inevitabilmente riporre svaniscono, lasciandoci di fronte a un lavoro che, seppur apparentemente ben riuscito, risulta freddo e vuoto. 

Questa atroce passività, infine, può condurci ad affidare il nostro progetto allo strumento adoperato. L’esecutore non è più un’entità che compie consapevolmente delle scelte per il proprio operato, bensì una figura passiva che sfrutta le appariscenti possibilità che il mezzo ha da offrire, senza però affidar loro un significato. 

L’unica cosa che non muore nella nostra attività è la voglia sconfinata di vedere il lavoro terminato. In questo, il mezzo digitale ci offre notevoli supporti, ma fa sì che si creino inconsapevoli illusioni e frenetiche aspettative. La seducente scorciatoia che il mezzo ci pone davanti causa in noi un incontrollabile senso di avidità: quest’ultimo ci può portare a varcare dei limiti di utilizzo che, oltre che essere dannosi per la nostra salute, risultano ingestibili dallo stesso mezzo digitale. La nostra fretta, la nostra impazienza, il nostro consumo di attività tramuteranno così il nostro computer o il nostro smartphone in un HALL 9000 nel pieno della sua ribellione.  

Stabilito ciò, traspare che il vero problema dell’era digitale non è situato in questi ospiti inattesi, quanto nel modo con cui abbiamo deciso di accoglierli, sfruttandoli senza contegno. 

Ancora una volta, il problema è l’uomo e il modo con cui egli è predisposto a una determinata innovazione. 

Eppure l’essere umano nella sua debolezza, nel suo carattere incontrollato, mantiene sempre depositata in sé la spinta verso il miglioramento, verso il cambiamento. Qualcuno penserà che il cambiamento all’interno del seguente contesto possa nascere solamente dal totale distacco dalla tecnologia, una volta persuasi che i mezzi che essa ci offre mal si addicono al nostro carattere. Eppure in questo modo ci libereremmo sì dalla tecnologia ma non dai condizionamenti e dallo status di passività che da essa scaturiscono. Molti pensano che disinstallando Instagram o privandosi di internet ci si possa sottrarre dalla dipendenza che provocano; così facendo eliminiamo lo strumento digitale, ma lasciamo depositato dentro di noi il frenetico bisogno di utilizzarlo, soprattutto stando in mezzo a una civiltà che ne fa continuamente uso. 

Se vogliamo prendere le distanze delle nevrosi e dallo stress causati dalla tecnologia, dobbiamo iniziare a osservare questo nostro stato, questa profonda incomunicabilità tra noi e l’ospite inatteso, senza respingerla e senza giudicarla. Una volta raggiunta la radice del problema, sarà immediata la limpidezza dei vantaggi che questi riserva per noi. 

La notevole accelerazione dei tempi, l’immediata comunicazione a distanza, la possibilità di rivolgersi a più persone possono essere qualità da usare consapevolmente, creativamente, e non devono necessariamente ostacolare la nostra salute e la nostra umanità. 

Opere come “2001: Odissea nello spazio”, “Blade Runner” o “Black Mirror” ci illustrano come lo strumento digitale, similmente a un organismo, non può essere considerato un oggetto neutro o passivo. Trattasi piuttosto di un’entità capace di interagire, di apprendere e di memorizzare. E che, come noi umani, ha i suoi limiti, ma può venirci incontro nelle nostre mete invisibili.

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