Un’Ultima Volta

Ci sono momenti in cui ci sentiamo soli. Questi momenti sembrano durare anni, decenni, secoli, millenni, ere. Questi attimi sono come distese immense di ghiaccio secco sotto ai nostri piedi scalzi. Fanno male. Fanno tanto male, lo so. Fanno talmente male che ogni passo vi sembra un gradino in più verso il paradiso – o per chi preferisce, verso il purgatorio o l’inferno – e non possiamo farci nulla, quindi ci sediamo e rimaniamo a subire, come uno scoglio sul mare. 

Immaginate di essere veramente a un passo dall’aldilà e di non avere nessuno al vostro fianco. Proprio nessuno, nemmeno il vostro cane, c’è su quel letto di morte assieme a voi. Pensate come una persona afflitta da una grave malattia.

Anzi, cambiamo metodo. Supponiamo che questa persona si chiami Simone. Simone ha l’età di un giovane adulto, sui trenta/trentacinque anni. È un giovane che a casa non si lamenta, lavora e vive con la mamma, che lo ama più di ogni altro figlio, ma questi sono dettagli inutili.

Un bel giorno – se poi sarà così bello, ce lo dirà lui stesso – Simone avverte un forte dolore all’addome e fatica a mangiare. Ho dimenticato di dirvi che vive in un Paese dove senza l’assicurazione non puoi essere portato all’ospedale. I giorni passano – inutili, ventiquattro ore dopo altre, immeritevoli di un ricordo – e la situazione non migliora. Sua madre inizia a pregare il Dio in cui crede, mentre suo figlio sta perdendo chili rapidamente.

Non molto dopo, ottengono un’assicurazione e Simone viene ricoverato d’urgenza. Viene fatta un’ecografia. L’esito: polipi intestinali, un adenoma normalmente di categoria benigna; tuttavia, se non viene rimosso in tempo, può variare e diventare un tumore maligno. Nessuna via di mezzo, un netto passaggio, che può mettere a rischio la salute del portatore. I medici, purtroppo, comunicano ai genitori che il figlio non ha molte speranze, perché la neoplasia ha divorato la gran parte degli organi vitali e le condizioni continuano a peggiorare. 

Ora che avete compreso a grandi linee la situazione, provate a capire come si sente Simone. Lo sapete già, in realtà. Conoscete perfettamente lo stress emotivo di quando siete e/o vi sentite soli. 

Il mondo vi pesa addosso, il tempo non passa e rimane solo la speranza che tutto finisca. Le persone sembrano denigrarvi, le stanze diventano opprimenti e le mani sono pesanti. Chi ha voglia di tornare in gara? 

In quei momenti vi tornano in testa tutti i vostri errori e vi maledite per ogni cavolata che vi ha fatto perdere quello per cui lottavate. Riaffiorano alla mente le inutili parole sussurrate all’alba di un mattino senza colore. Ripensate a quelle serate con gli amici in cui, ancora insicuri delle proprie scelte, loro parlavano per ore e voi rimanevate zitti a fissare il vuoto.

Quando siete soli, fa tutto schifo. Vi guardate attorno e avete solo persone migliori di voi o volti senza facce che vi parlano, ma alla fine non hanno troppa importanza. Chiudete gli occhi e vi chiedete “Perché proprio a me?”. Perché proprio a voi? È una bella domanda.

Temo non ci sia una risposta. Ho paura che tutto quello che abbiamo imparato a memoria finora non abbia qualcosa a che fare con questo.

Perdonatemi, mi sono persa in chiacchiere. Non stiamo parlando della sensazione di solitudine di tutti i giorni, bensì la solitudine negli ospedali ai tempi del Covid-19. I pazienti vengono abbandonati lì, in balia dell’ultimo respiro; rimangono in bilico su un filo di seta, a un soffio dal cadere. 

Ora, al posto di Simone ci siete voi. Sapete che non vi rimane molto. Siete fermi, come uno scoglio sul mare. Eh sì, ho ripreso la frase fatta di prima, perché è esattamente quella che fa per voi. Siete fermi a subire, immobili in un lettino bianco, dalle candide lenzuola, e i minuti passano. Ogni secondo pesa sulla vostra pelle. Il corpo perde le forze e rimane una frase in testa: “io sto per morire”. Ci aggiungete pure la persona del verbo, perché “sto per morire” non ha lo stesso peso.

Dove giacete è il vostro letto di morte. Non ci sono scuse, né ma, né se. È solo un conto alla rovescia; un chiedersi costantemente: quanto mi manca ancora? Potrò rivedere la mia famiglia un’ultima volta? Potrò baciare la persona che amo un’ultima volta? Potrò rivedere il sole un’ultima volta? Potrò mangiare il mio piatto preferito un’ultima volta? Potrò addormentarmi senza aver paura di non risvegliarmi alla mattina un’ultima volta? 

Le domande scandiscono quei secondi, aumentando il fischio nelle orecchie, mentre i vostri occhi si posano leggeri su quella polvere, che piroetta sospesa in quel raggio di sole che filtra dalla vostra finestra. 

Il respiro rallenta, si appesantisce e si rarifica. Il cuore ritarda. La mente vaga un’ultima volta. Tutto accade un’ultima volta. Tutto si spegne, come se la spina del televisore fosse stata staccata dalla presa. Tutto diventa scuro, nero, acromo, finché il cuore accenna l’ultimo, breve, battito. Siete morti, completamente soli. Vicino a voi c’era solo la polvere, che piroettava aggraziata nel raggio di sole. Ora tornate in vita, così possiamo parlare.

Mio zio è morto in questo modo il tre agosto alle ore ventitré e quarantasei minuti. Non c’era nemmeno la polvere che danzava in aria, solo un’inutile luce dell’ospedale e una flebo attaccata al braccio. 

Non è stato solo mio zio a morire così. Milioni di persone sono morte in solitudine, senza alcun parente attorno che potesse sostenerli ed esserci alla parola “fine”. Per voi, magari, sono solo numeri; io le ritengo povere anime senza volto, che raggiungono l’aldilà. 

Qualcuno di quei numeri, che dicono al telegiornale, era un uomo o una donna che attendevano di vedere la famiglia un’ultima volta. Aspettavano di essere felici e vivi un’ultima volta. Lo fate pure voi, no? Lo faccio anch’io. Spero di vedere il tramonto un’ultima volta, perché quella sarà la più importante. Spero che ci sia quell’ultima volta.

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