Violet Evergarden: epistole dal cuore

“Quando ci incontreremo, e ci incontreremo, potrò dirti: «Adesso so cosa significa “ti amo”».”

Gli occhi azzurri come il cielo senza nubi e l’aspetto di una vera bambola, i modi aggraziati di una principessa e la rigidità di un soldato, l’innocenza di una bambina piccola e la brutalità di una macchina, questi sono gli aspetti che sicuramente ci lasciano più incantati da Violet Evergarden, protagonista dell’omonimo capolavoro di animazione giapponese, nato come light novel scritta da Kana Akatsuki e poi illustrato da Akiko Takase, “ヴァイオレット・エヴァーガーデン” (Vaioretto Evāgāden), un adattamento anime prodotto dalla Kyoto Animation.

È un’opera di altissima qualità tecnica di animazione, ma ad aver attirato la mia attenzione sono le palette decisamente studiate e i colori intensi. Lo studio delle immagini segue una logica ben precisa, caratterizzata da un comparto sonoro delicato e unico nel suo genere; non ci si poteva aspettare di meno dalla casa di produzione, forse una delle più gettonate in Giappone.

Tralasciando questo piccolo discorso tecnico, parliamo della protagonista: Violet ha quattordici anni, ma non si sa con certezza, perché l’età viene accennata in una sola puntata e pure lei sembra esserne molto incerta, ed è stata uno degli uomini che hanno prestato servizio alla nazione durante la guerra. Da piccola fu istruita alla violenza e abituata a uno stile di vita specifico per la guerra: piccole razioni di cibo e acqua, resistenza fisica e versatilità. 

In tredici episodi, ventiquattro minuti l’uno, la protagonista subisce un’evoluzione notevole, passando dall’essere uno strumento rotto fino a diventare una viola delicata e meravigliosa. Una silenziosa crescita, marcata dalle fiamme di un passato incancellabile, e lacrime struggenti di chi soffre senza capire. 

Come ho detto prima, Violet ha all’incirca quattordici anni, è cresciuta in un contesto di guerra, e fatica a gestire i rapporti umani con gli altri, definendosi solo uno strumento rotto, inutile per gli scopi a cui è stata istruita, con due pregiate protesi di metallo al posto delle braccia. Dalla prima puntata si nota il suo profondo attaccamento nei confronti del tenente maggiore Gilbert, che si è preso cura di lei durante i quattro anni di guerra e le ha insegnato prima a parlare, poi a leggere e, infine, a scrivere.

È stato lui a darle un nome, perché non l’ha mai ritenuta solo uno strumento, bensì una bambina. Ha sempre tentennato nel mandarla in missione, quando gli altri l’avrebbero spedita senza farsi problemi. In lei ha visto solo una creatura come altre, ma riconosce la sua impassibile abilità e sete di sangue. Uccidere è ciò che le riesce meglio, è capace di battere da sola centinaia di uomini, tanto da essere chiamata ‘l’arma del maggiore’. 

È solo un’arma senza emozioni o sentimenti, con un’espressione fissa, ma nel profondo del suo esistere nasconde uno scrigno di delicatezza e dolcezza, che infatti poi scoprirà nel corso dello svolgimento della trama. Capirà il dolore degli altri per imparare a capire il suo, la loro tristezza per conoscere la sua e il loro “ti amo” per apprenderne il significato. 

Una lezione di vita che seguirà dando una svolta alla sua esistenza, divenendo una bambola da scrittura automatica, una di quelle che si occupano di scrivere lettere al posto di chi non è in grado di farlo, rendendole di una raffinatezza ed eleganza inaudita. Per svolgere questo mestiere sono infatti richieste empatia e dolcezza, valori di cui Violet prima non conosceva l’esistenza. 

Serviranno un’accademia di alto rango e una vera amica, Luculia, per insegnarle come si scrive una lettera che giunga al cuore dei destinatari. Inizierà con una brevissima epistola indirizzata al fratello maggiore di Luculia, in cui lo ringrazia, a nome della sorella, per essere tornato vivo dalla guerra. Una breve sequenza di parole, un milione di emozioni. 

In ogni puntata, Violet incontrerà vari personaggi, tra cui una madre gravemente malata, che vuole scrivere delle lettere alla figlia di otto anni prima di spegnersi. Credo che qui io abbia versato più lacrime di quante mi aspettassi di versarne. L’innocenza della bambina e la sua comprensibile rabbia nel non poter più passare del tempo con la madre sicuramente fa breccia nel cuore degli spettatori di tutte le età. Uno struggente episodio, in cui vediamo Violet messa a dura prova e doversi trattenere dal piangere per la tristezza che percepisce nelle parole della madre insieme a cui scrive in veranda. Un oblio di dolore e innocenza che rispecchia particolarmente la nostra protagonista. 

La nostra bambola da scrittura automatica ci dimostra la sua maturità, riuscendo a spiegare alla bambina che non è colpa sua se la madre si è gravemente ammalata. Una scena che sicuramente ci rimarrà impressa, non solo per la delicatezza e la maestria con cui viene trattata, ma pure per il tema che viene introdotto: la purezza degli infanti e la loro ingenuità. Qualunque sia la nostra esperienza, pare impossibile rimanere indifferenti di fronte a questa scena, che dimostra la sensibilità che Violet impara a gestire con estrema bravura.

Imparare il significato dell’amore è una missione ardua e complicata, che Violet accetta e porta orgogliosamente a termine, insegnando agli altri ad accettare i loro difetti e il loro passato. Credo che un altro episodio che deve essere necessariamente citato sia l’incontro con lo scrittore e la sua storia; un vedovo che perse la figlia anni prima e fatica ad accettare la scomparsa dei suoi due angeli. 

In questi ventiquattro minuti vediamo un uomo distrutto e una Violet ingenua, che arriva a far perdere le staffe allo scrittore. Tra curiosità e innocenza, scopriamo il lato ancora bambino della bambola da scrittura automatica, che rimane rapita dal racconto e vuole conoscerne il finale a tutti i costi. Purtroppo è qui che si arriva al momento in cui sale la tensione e i ricordi della figlia tornano in mente all’uomo che in un attimo di nostalgia e rancore, urla a Violet di andarsene. Intristita Violet cerca di convincere lo scrittore ad accettare la perdita e a riprendere a scrivere. 

Nella scena finale, probabilmente la mia preferita, la ragazza sorvola il lago con l’ombrellino della figlia, realizzando quello che era il sogno della bambina defunta. Un gesto nobile, che farà piangere l’uomo di gioia, per aver per poco visto qualcosa che sembrava impossibile per lui.

L’ultimo e memorabile episodio, che deve essere citato per comprendere il personaggio di Violet, è quello in cui raggiunge il fronte di guerra, per scrivere una lettera di un soldato per la famiglia e la fidanzata. La scriverà da sola, in realtà, memorizzando le parole sussurrate dal soldato sul punto di morte, e la consegnerà ai genitori e alla fidanzata.

Qui incontriamo il lato più bello della bambola da scrittura automatica, un delicato e prezioso fiore, caratterizzato dalla sensibilità elevata e dai sensi di colpa che la perseguiteranno ancora a lungo. Ventiquattro minuti di tristezza e vicinanza al ragazzo, che mentre muore chiede a Violet di stargli vicino, perché fa freddo. L’unico momento in cui Violet ci ricorda ancora che essere umani non vuol dire essere solo antropomorfi, bensì riuscire a soffrire con gli altri e accettare gli sbagli compiuti, pagando le conseguenze.

L’ultima lettera che scrive è indirizzata al tenente maggiore Gilbert, morto in battaglia, lettera in cui Violet mette per iscritto i suoi sentimenti e il suo desiderio di rivederlo. Gli racconta dei viaggi compiuti e di come sia riuscita a far riavvicinare le persone attraverso le sue epistole. Si apre con lui e descrive tutte le emozioni provate, con una leggiadria superiore a ogni altro scritto.

Per concludere, possiamo dire che Violet non è solo la protagonista di un capolavoro di animazione giapponese, ma è pure la rappresentazione perfetta della nostra crescita. In lei si vedono tutte le fasi che attraversiamo, lasciando da parte l’amore, per arrivare a essere uomini che si possono definire tali. L’uomo si differenzia dai macchinari grazie alla sua perfetta imperfezione, pertanto, pure gli individui che sembrano avere più scheletri nell’armadio, potrebbero essere più umani di noi.

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